mercoledì, 05 luglio 2006

Sento la vita come uno scorrere inarrestabile, inafferrabile scivola come sabbia asciutta tra le dita: vorrei afferrarla, fermarla, trattenerla ma essa prosegue incurante la sua discesa.

Tiranno è il tempo che non dà tregua e toglie il respiro con il passare dei giorni, delle ore, dei minuti, dei singoli istanti, tristi o felici ...

Sensazioni esaltanti e deprimenti, sensazioni annebbianti, contrastanti.

Tutto è chiaro e un attimo dopo confuso.

Da bambino sei e puoi tutto perché la fantasia è la chiave dell’avventura chiamata vita.

Poi arriva l’adolescenza: tutto allora diventa più confuso perché la voglia di crescere è tanta, troppa tutta insieme, e non hai ancora imparato ad aspettare; al contrario pensi che basta desiderare, sognare, per ottenere. E allora arrivano le prime bruciature, le prime sconfitte, le delusioni. Il sogno non basta, bisogna lottare e sapersi rialzare. Affrontare ostacoli diventa sempre più faticoso e penoso; ma il dolore più grande arriva con lo scontro con la realtà: giorno dopo giorno acquisisci la consapevolezza che non ci si può fermare, bisogna crescere, maturare, affrontare problemi, trovare soluzioni, e lottare - per quei pochi sognatori superstiti all’impatto con lo scoglio dell’età adulta. 

Sei cresciuto e non si può tornare indietro. Ti volti ogni tanto, a causa di una foto ormai sbiadita o di un profumo percepito di sfuggita che riapre cassetti della memoria che avevi creduto ormai sigillati; e allora la nostalgia ti assale, ti invade con il suo piacevole risvolto unito all’amaro che lascia un attimo dopo, al ritorno al presente.

Questo è il motivo per il quale film epici come Un mercoledì da leoni ti afferrano mente e anima e non ti lasciano, a volte anche per giorni dopo la visione - e non sembra affatto una coincidenza l’incipit del film stile album fotografico.

Il passaggio delle stagioni della vita, con il loro avvicendarsi inevitabile, ti travolge distruggendo sogni, amori, amicizie, formandone altre e ricompattandone a sorpresa alcune. Passa l’estate e arriva l’autunno portando con sé il vento del cambiamento: tutto muta e niente resta uguale al soffio crudele ma necessario del tempo. Passano di moda i vestiti così come gli eroi; migliorano le tecnologie e con esse mentalità e prospettive. Nuovi modelli a cui rifarsi, nuovi idoli da ammirare; nuove estati da vivere per chi ha ancora l’età per farlo.

Tutto è cambiato attorno ai campioni del surf ma loro ci provano lo stesso a sfidare le onde; e riescono ad illudere tutti - ma non se stessi - di aver vinto la sfida...

Se non fosse per quell’ultima traccia del tempo: quel no traspassing (volontario richiamo all’impero in sfacelo di Quarto Potere?) sulla scalinata d’accesso alla spiaggia, un tempo tempio di gloria dei nostri ragazzi che ancora una volta si ostinano a varcarla per poi riattraversarla in uscita - questa volta per sempre? - pervasi da quell’ultimo brivido vissuto e dalla consapevolezza della fine di un’epoca, di una stagione della vita che non potrà tornare...

Allora il segreto è seguitare ad illudersi?

No. Il tempo e gli eventi prima o poi svegliano di soprassalto anche i più ostinati sognatori.

Forse il segreto per vincere il vento incessante del cambiamento - o almeno per sopportarlo meglio - è continuare a sentirsi vivi attraverso i piccoli gesti, le frasi dette, sussurrate, ascoltate.

Non a caso <<e vissero per sempre felici e contenti>> è il finale ottimista ma pur sempre fittizio di tutte le favole; non a caso Un mercoledì da leoni non è una favola bensì una parabola della vita realmente vissuta da chi poi la sa raccontare così magnificamente. E infatti Milius non lascia spazio all’illusione ma mostra la morte, i problemi, i bivi e soprattutto l’effetto dirompente del tempo simboleggiandolo attraverso piccole e grandi ondate che si susseguono.

Quelle stesse onde che nella realtà ti travolgono nolente o volente, pronto o meno a cavalcarle, nella maggior parte dei casi sorprendendoti mentre tenti di sfuggirgli. Qualche volta, al contrario, accade che uno sta lì in silenzio ad attenderla ”’sta grande onda” ma quella non arriva: attorno solo mare piatto e indifferente che lambisce il corpo senza mai travolgerlo.

É anche vero però che Un mercoledì da leoni è un film e resta per questo a metà tra la realtà e la favola: alla fine gli ex fuoriclasse del surf devono lasciare il posto ai nuovi assi della tavola, alla vita che va avanti, al tempo che passa facendosi nuovi varchi anche sulla spiaggia e abbandonando al tempo - quello passato, appartenente ormai ai ricordi - i vecchi passaggi. Il tempo dunque ha avuto la meglio su tutto ma non sulla loro amicizia e loro escono di scena feriti ma soddisfatti, con un abbraccio, un sorriso e la speranza - utopia? - che alla prossima onda magari si ritroveranno.

Ma a noi che non siamo in una pellicola non è concessa la diplomatica via del cinema, né l’idillio della favola, perché tutto attorno ci riporta quotidianamente alla brusca realtà.

É ancora possibile tuttavia ripararsi all’ombra dei brevi attimi di pura gioia realmente vissuta e farne tesoro come antidoto ai giorni più bui e tristi che sicuramente verranno.

Perché, se non è possibile essere per sempre felici, è anche vero che è impossibile essere infelici per sempre; attaccarsi al ricordo dei giorni spensierati, pur consapevoli che non potranno tornare, ci rende forti del fatto che, se quei giorni non si ripeteranno, ci sono stati e li abbiamo vissuti e poi ci danno la speranza - che nessuno può toglierci - che magari domani potremo viverne altri, diversi ma egualmente indimenticabili.

 

[V. Z.]

postato da: AssaltiFrontali alle ore 13:06 | Permalink | commenti (1)
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