Il quarto episodio di LE CINQUE CHIAVI DEL TERRORE (Dr Terror’s House of Horrors), discreto horror Amicus del 1965 diretto dall’ottimo Freddie Francis (Le amanti di Dracula, I racconti della tomba, Il teschio maledetto, La bambola di cera), poi direttore della fotografia per David Lynch (Elephant Man, Dune), mandato in onda in versione originale sottotitolata in italiano da FuoriOrario la notte del 25 giugno 2006, è di gran lunga il migliore dei cinque che compongono il film (quello della pianta carnivora è forse altrettanto efficace, i due sul voodoo e sul licantropo sono fiacchissimi, e quello sulla moglie vampira di Donald Sutherland spreca le buone occasioni di partenza...). E’ anche il più ‘cormaniano’ del lotto – l’ ‘accanimento’ giocoso contro la figura dei critici può ricordare l’apprendista scultore di A Bucket of Blood (Roger Corman, 1959), le cui quotazioni tra gli esperti d’arte salgono vertiginosamente quando si mette a spacciare per opere sue cadaveri di uomini ed animali ricoperti di creta (per non farsi acciuffare dalla polizia nel finale realizzerà il suo ultimo ‘capolavoro’ intrappolando sé stesso nell’argilla), o la spassosissima gara di riconoscimento dei vini più rari tra i sommelier ubriachi Vincent Price e Peter Lorre in Tales of Terror (Roger Corman, 1962).
Comunque. Il protagonista di questa parte del film di Freddie Francis è il leggendario Christopher Lee, nei panni del critico d’arte Frank Marsh. Marsh non fa altro che scrivere e parlar male del povero pittore Landor, ogni volta che questi organizza una nuova mostra. Proprio durante una visita di Marsh all’ennesima esposizione di Landor, mentre il critico è impegnato a dare dell’incompetente e dell’imbianchino all’artista, un’amica di Landor, il quale, presente alla mostra, tentava di difendere le sue opere ‘astratte’ affermando che ognuno può vederci quel che vuole all’interno di un suo quadro, chiede all’illustre critico d’arte una valutazione estetica su di un quadro di un ‘pittore promettente’. Il quadro è altrettanto ‘informale’ quanto le opere di Landor, ma Frank Marsh si lancia subito in lodi sperticate dell’autore, della sua ‘anticonvenzionalità’, della sua ‘ricerca del colore’, e della sua ‘vigorosa pennellata’. Fortuna vuole che cotanto artista sia appena giunto alla mostra. Marsh freme dall’emozione di incontrare questo genio sconosciuto, e all’improvviso si ritrova davanti una scimmietta: è stata lei a dipingere il quadro tanto apprezzato dal severissimo critico d’arte! Tra gli scherni e le risate del pubblico presente alla gustosa scenetta, Marsh batte in ritirata. Da allora non riesce più a scrivere niente, una recensione, una critica...e ogni volta che si ritrova a parlare in pubblico, ad una conferenza o ad un’inaugurazione, ecco spuntare in mezzo alla gente il pittore Landor, a ricordargli con la sola presenza (e persino con la sagoma di una scimmietta ritagliata da un foglio di carta) che una volta egli ha scambiato per un capolavoro una tela dipinta da una scimmia. Frank Marsh non ce la fa più, è esaurito ed ossessionato da questa storia, e una notte, dopo l’ennesimo incontro con Landor, il critico lo aspetta all’uscita dalla mostra, e lo investe con la propria auto. Dopo averlo messo sotto, passa con le ruote del veicolo sopra la mano destra dell’artista. Landor sopravvive, ma perde l’uso della mano: i medici sono costretti ad amputargliela. Non potendo più dipingere, il pittore non trova più uno scopo alla propria vita, e si suicida sparandosi una pistolettata in bocca.
Da questo momento, la mano mozzata dell’artista Landor perseguita il critico d’arte Frank Marsh. La prima volta si intrufola dal finestrino dell’auto di Marsh, mentre sta guidando. Frank riesce a gettarla di nuovo fuori dalla macchina. La mano non molla, e bussando alla porta di casa del critico, penetra nel suo appartamento. Frank Marsh la getta nel fuoco del caminetto, dove la mano dell’artista morto sembra bruciare. Ma presto l’arto ritorna all’attacco, seppur adesso evidentemente carbonizzato (è diventato tutto nero...). Marsh riesce ad intrappolarlo in una scatola, e la getta in un fiume da sopra un ponte. L’incubo sembra finito, Frank è tornato quello di sempre, anche se quando qualcuno gli mette una mano sulla schiena da dietro le spalle, egli non può che sussultare spaventato per un attimo. Una sera, ritornando a casa da una bevuta con gli amici al bar, passa con la sua auto proprio dal ponte da cui buttò giù la mano nel fiume: ed ecco che essa ricompare, saltando all’improvviso sul parabrezza della macchina. Frank Marsh perde il controllo del veicolo, e si va a schiantare contro un albero.
Il mattino dopo sopraggiungono i soccorsi. Due infermieri stanno caricando la barella col corpo del critico d’arte sul furgoncino dell’ambulanza. Frank Marsh è vivo, si copre il volto con le mani. Il primo infermiere chiede: “Se la caverà?” E l’altro: “Sicuramente. Ma resterà cieco per il resto della sua vita. Per un critico forse era meglio essere morto.”

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