Il cinema, con le sue storie e la sua Storia, è per forza di cose rappresentativo del cambiamento: il cinema ha raccontato e racconta tuttora le evoluzioni di tempi, personaggi, costumi, politica, cultura...
Ci sono pellicole poi che più di altre - per circostanze più o meno casuali - sono rappresentative, ad un primo livello diegetico e successivamente ad un secondo livello extra-diegetico, di metamorfosi epocali.
Il mago di Oz, ad esempio, fa da spartiacque all’interno della produzione hollywoodiana nel passaggio dagli anni ’30 agli anni ’40.
A livello prettamente narrativo, il cambiamento ha luogo attraverso il percorso/viaggio fantastico della bambina protagonista: Dorothy, colpita dall’uragano che si abbatte sulla sua casa nel Kansas (dove vive con gli zii desiderando tuttavia la fuga verso un mondo meno “grigio”, “al di là dell’arcobaleno”), perde conoscenza e sogna (ma questo ci viene rivelato solo nel finale) di essere finita con il suo cagnolino in un luogo pieno di colori e meraviglie dove vivono strani personaggi e dove una buona strega la protegge da una strega perfida.
Nel suo cammino lungo il sentiero di mattoni gialli, incontra uno spaventapasseri che non ha cervello, un uomo di latta che non ha cuore e un leone che non ha coraggio; tutti i personaggi però assomigliano alle persone che lei conosce nella realtà - compresa l’arcigna ed antipatica strega cattiva - creando un parallelismo tra sogno e vita e tra fittizio e reale che caratterizza l’intero percorso di crescita interiore della protagonista.
Alla fine del suo viaggio alla ricerca della strada di casa (un vero e proprio percorso di formazione d’identità), Dorothy sconfigge la strega malvagia e giunge finalmente dal mago di Oz, l’unico che apparentemente può realizzare il suo desiderio e quelli dei suoi compagni. Ma anche il mago non è quello che sembra; così alla fine ognuno comprende che tutto ciò che cercava, credendo di non possederlo, è semplicemente dentro di sé: lo spaventapasseri scopre di essere sempre stato intelligente, l’uomo di latta di provare emozioni, il leone di essere coraggioso e Dorothy che non c’è nessun posto bello e rassicurante come la propria casa e la propria famiglia.
Il viaggio meraviglioso di Dorothy, dunque, l’ha ricondotta al punto di partenza ma con una consapevolezza e maturità acquisite che cambiano radicalmente la sua iniziale prospettiva.
Il mago di Oz, tuttavia, va inglobato in un fenomeno più ampio che è quello del genere musicale all’interno della produzione hollywoodiana post depressione. Il cambiamento in questo film non si esplicita solo nel soggetto e nell’evoluzione della trama in se per se, bensì nel periodo stesso in cui viene prodotto: il film ha origine da una generale evoluzione socio-politico-culturale che, inevitabilmente, si riflette nella produzione cinematografica. Il genere musicale, infatti, nasce come genere “esorcizzante” di paure e realtà non idilliache, una sorta di rifugio momentaneo, una vera e propria via di fuga dalla realtà: grazie alla musica e alle immagini sfavillanti e gioiose dei musical il pubblico poteva per qualche ora rifuggire tutti i problemi.
Musicals were predominantly conceived of [...] as ‘pure entertainment’ [...].
[...] entertainment offers the image of ‘something better’ to escape into [...]
Alternatives, hopes, wishes - these are the stuff of utopia [...].
(R. Dyer Entertainment and Utopia in Altman, R. (a cura di ) Genre: The Musical London, 1981)
Il mago di Oz si inserisce pienamente in questa funzione di genere escapist ed assume su di se la poetica dell'entertainment as utopia.
Il film, infatti, rappresenta un massimo esempio della volontà da parte del cinema di dare al pubblico la possibilità di dimenticare per un attimo la realtà, rifugiandosi nel magico mondo dei colori, della musica, della spensieratezza e leggerezza delle storie raccontate.
In questo caso specifico il mondo di Oz rappresenta diegeticamente un luogo di fuga ma si fa allo stesso tempo esempio eccellente di un più grande e globale fenomeno verificatosi nell’intera produzione cinematografica americana di quegli anni. Questa pellicola, infatti, esteriorizza il concetto stesso del cinema come finzione attraverso il magico mondo in cui Doroty si avventura (un mondo fittizio sul doppio livello di irrealtà in quanto sogno del personaggio e di finzione in quanto frutto dell’imbroglio del mago) e nello stesso tempo esalta la sua stessa essenza ingannevole in virtù del suo intrinseco potere illusorio e quindi momentaneamente liberatorio.
Questo musical inoltre, considerato una perla del cinema classico americano degli anni d’oro (anche se in Italia è stato rivalutato solo in un secondo momento), rappresenta una svolta non solo per la sua casa di produzione - la major Metro-Goldwyn-Mayer - e per il genere musicale in generale ma anche per la tecnica cinematografica stessa: vi viene infatti sperimentata e messa in risalto la novità del technicolor - che si presta particolarmente all’ideale di quegli anni post crisi del ’29. Questa innovativa tecnologia è utilizzata infatti non solo extradiegeticamente ma anche e soprattutto diegeticamente: il film inizia con il B/N del Kansas, prosegue con gli straordinari colori del fantastico ed illusorio mondo di Oz, per poi ritornare al B/N della location iniziale ma con un’ottica mutata: il cambiamento - appunto - si è determinato dopo il viaggio di ricerca, seppur onirico, intrapreso dalla protagonista e dai suoi compagni d’avventura.
La pellicola, infine, esplicita una volontà di riscatto di cui il cinema hollywoodiano si fa portavoce: la poetica dell'home sweet home, dell’imprescindibilità assoluta ed indiscutibile dei valori familiari e nazionali che trionfano sempre e comunque, riabilita il territorio americano al suo utopico ma originario luogo comune della terra promessa dove tutto è bello e niente può andare male.
Del resto - così come recita il finale di The Wizard of Oz - <<There is no place like home>>.
[V. Z.]