“…Che ne dite dei viaggi nel tempo?
Già un po’ più abituato al personaggio fui in grado di rispondere: - Sono pura follia!
- Proprio cosi! – esclamò, dimenando per la gioia gli alluci, nelle vecchie ciabatte che accarezzavano la stufa - Viaggi nello spazio, viaggi nel passato e nell’avvenire… Poveri sogni di esseri umani sprovvisti d’immaginazione, privi addirittura del senso del mondo. Noi viaggiamo nel tempo! ..alla velocità di ventiquattro ore al giorno… Ed è più che sufficiente per andare verso la morte..”
[…Più avanti il vecchio spiega…]:
“… - Le specie animali non vivono tutte nel medesimo tempo…
- Ah – dissi, con assoluta indifferenza
- E perché il tempo degli uomini dovrebbe coincidere con quello delle bestie? La lepre, la mosca, vivono in anticipo sul nostro tempo e perciò preavvertono i gesti con cui cerchiamo di catturarli o di ucciderli, e così possono fuggire. Lo sfasamento però può anche avvenire in senso inverso. Per esempio a mucca che guarda passare un treno ci sembra stupida perché, essendo in ritardo su tempo umano, vede la locomotiva solo quando il vagone di coda le passa sotto il naso…”
[…Ancora, il vecchio tecnico di laboratorio chiarisce come questa capacità anticipatrice della visione sia causata da un virus, che lui ha localizzato e coltivato nel midollo della lepre siberiana in una forma trasmissibile all’uomo…]:
“In questa specie l’anticipo sul tempo (quello stesso che permette alla lepre di presentire il fucile e di salvarsi dal laccio del mujik) è di qualche secondo. Ma in condizioni ottimali di coltura il carattere specifico dell’anticipazione è trasmesso alla generazione seguente, con una accelerazione progressiva ad ogni successiva coltura”
[Da Jacques Spitz: ‘L’occhio del Purgatorio’ in Urania n° 622 dell’8-7-1973; Mondadori Ed.; ibidem]
Quello che il libro ci descrive, in seguito all’inoculamento nell’uomo di una coltura pura del virus è assolutamente fantastico…
In effetti… l’uomo deve aver avuto problemi con il tempo fin dalla sua presa di coscienza come essere pensante; ha dovuto prendere atto del suo trascorrere e dei cambiamenti che avvenivano nel proprio corpo, nel modo di pensare, sulle aspettative. Ha identificato, tra le ricompense che le diverse religioni assicurano ai loro adepti, uno spazio senza tempo, libero da cure e affanni, che ha chiamato in vari modi: Paradiso, Eden, Janna…
Ha sperimentato con diversi tipi di droghe la possibilità di variare la sua percezione del tempo, sia in senso dissociativo /acceleratore delle percezioni [cannabinoidi, allucinogeni (mescalina, LSD e congeneri)], che nel senso di un rallentamento (oppiacei, barbiturici).
La letteratura sul tempo, viaggi o fantasie di altro tipo, è quanto mai ricca, a testimonianza di un evidente chiodo fisso dell’uomo, al riguardo; egli è stato molto attratto, nel coso dei secoli, dalla possibilità di trascendere il tempo attraverso la fantasia. In fondo scrivere, dipingere, fare fotografie, sono tutti modi per fermare il tempo…
Ma il tempo ha intrigato l’uomo anche in altri sensi: L’esperienza è uno di questi.
Come il tempo passa, cosa cambia e cosa porta con sé; se sia possibile utilizzarlo per comprendere, “dopo tanti anni e tanta vita”, le motivazioni delle nostre azioni passate. Sono sempre gli scrittori e i poeti a dirlo con la maggiore chiarezza:
“…Diciamo che ci sono persone che aspettano lettere dal passato; le sembra una cosa plausibile nella quale credere?
Lettere dal passato che ci spieghino un tempo della nostra vita che non abbiamo mai capito, che ci diano una spiegazione qualsiasi che ci faccia afferrare il senso di tanti anni trascorsi, di quello che allora ci sfuggì.
Lei è giovane, lei aspetta lettere dal futuro, ma supponga che esistano persone che aspettano lettere dal passato – e io forse sono una di queste – e magari mi spingo a immaginare che un giorno mi arriveranno…
… Aprirò la lettera e capirò con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale, una cosa che può accadere una sola volta nella vita, che gli dei ci concedono che accada una sola volta nella nostra vita e alla quale allora non prestammo la dovuta attenzione, proprio perché eravamo degli idioti presuntuosi.”
[Da: A. Tabucchi: La testa perduta di Damasceno Monteiro (p. 127) - Feltrinelli Ed. 1997]
E ancora Tabucchi, in una intervista letta di recente:
“…E’ come uscire a fare una passeggiata nella neve… tornare in casa e vedere nelle orme, dalla finestra, il senso che ha avuto il camminare…
Capire… capire… Ma a che serve, dopo tutto?
Proviamo a porre la domanda successiva: cambia qualcosa capire? Cosa possono mai dirci le lettere dal passato? E serve davvero ritrovare un senso, nei passi che abbiamo fatto nella neve?
Dobbiamo. Non riusciamo a vivere altrimenti.
E’ il rovello costante di tutti quelli della mia generazione, anche se le vie seguite sono state diverse e variabile l’utilizzo dei risultati. E’ come se non ci fosse consentito saltare le tappe né risparmiata la fatica del viaggio, lungo il cammino della conoscenza, di noi stessi e del mondo. La ricerca del senso ci è connaturata, anche quando ci riporta al punto di partenza, alla consapevolezza istintiva...
"Tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse"
[F. Nietzsche in: ’Also sprach Zarathustra’; 1885]
Ma l’esperienza e la vita vissuta possono proporre un'altra concezione del tempo, alternativa all’idea di linearità e progressione di impronta illuministica. E’ un altro universo in cui ogni istante non è valutato in funzione degli altri momenti o della totalità del tempo, ma riconosciuto e accolto come avente in se stesso la pienezza del suo significato.
"Il tempo si lacera.
Dove ritrovare i prati della mia infanzia?
I soli ellittici rappresi nello spazio nero?
Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto?
Le stagioni hanno perduto il loro significato.
- Domani.. Ieri - Che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente.
Una volta nevica, Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento.
Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. E’. Sempre. Tutto insieme.
Perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente."
[Agota Kristof: Hier - Einaudi Ed.; 1995]
Il guaio del nostro tempo è che il futuro
non è più quello di una volta!
(Paul Valery)
Racconta - questa storia particolare dentro una storia ancora più inconsueta - di persone che incontrano libri e di libri che per strani giochi del caso incontrano le persone.
E il Tempo? ll Cambiamento?
C’entrano anche loro… Garantito!
C’era una volta un uomo inquieto. Forse stava solo attraversando un brutto momento, uno di quegli snodi della vita in cui cambia tutto; che dopo non si è più gli stessi.
Viaggiava molto il nostro uomo in quel periodo; non meno di due-tre ore in macchina ogni giorno, di solito in orari poco frequentati, perché non sopportava il traffico né i luoghi affollati. Così si trovava per strade deserte poco prima dell’alba, o a notte fonda.
Fu durante questi viaggi che cominciò a prenderne coscienza.
Si trattava di un particolare modo di vedere le cose; come uno sdoppiamento, o una sfasatura temporale. Essere in un luogo e contemporaneamente in un altro; nel suo tempo e in uno diverso: spostato nel futuro.
“Se è ancora notte – e lo è a lungo quando il cielo è coperto – l’alba è una lontana ipotesi; un’attesa d’abitudine, tutt’altro che una certezza. E’ più facile che continui così all’infinito, senza speranza né avvisaglie dell’alba. Spesso piove; un’acquerugiola fine che sembra anch’essa non debba finire mai, come la notte.
Strano come a volte ci si trovi a fissare l’attenzione solo su immagini di morte. Comincia la mattina presto, in macchina. Gatti morti sul bordo della strada, rospi schiacciati: una macchia opaca sulla striscia lucida dell’asfalto bagnato. Come in un universo claustrofobico alla Blade Runner piove. Continua a piovere.
Anche gli acquedotti romani all’entrata in città, gli parlavano di epoche passate; di speranze infrante; della fine dei sogni e delle illusioni.
Ora la visione fuggente di una pianta gli portava la coscienza immediata e completa del nome (famiglia/genere/specie), del suo ciclo vitale, dal germoglio alla vegetazione completa, fioritura, emissione dei semi, morte. Ma per le piante non era così grave…
Poi il campo della visione cominciò ad allargarsi; su qualunque cosa fissasse lo sguardo, riceveva indietro un’impressione fuggente, ma non per questo meno precisa e impressionante, di tutto quel che c’era intorno e dopo. Era il ‘dopo’, soprattutto, che lo spaventava.
Guardava i negozi, le nuove attività: i capannoni ora costruiti li vedeva arrugginiti e abbandonati; diluito dal tempo lo slancio vitale; esaurito l’entusiasmo che li aveva fatti tirar su.
E le barche, quando faceva una strada lungo il mare: quelle nuove, appena calafatate, gli si sovrapponevano ad altre intraviste tra gli scogli, dopo una mareggiata, sfondate e con il fasciame distorto in angoli sghembi. Ed erano le stesse barche!
Una volta incrociò le macchine strombazzanti di un corteo matrimoniale.
Ne fu sconvolto. Dove gli altri vedevano coppie festanti, lanci di confetti e paggetti emozionati, scopriva in sovrimpressione i miasmi del mattino, l’insofferenza e l’odio reciproci, la necessità e la paura di lasciarsi..
E gli amori nuovi? I ragazzi che si baciano ai giardinetti e alle fermate della Metro? Cominciò ad averne tanta paura che ne distoglieva immediatamente lo sguardo.
Particolarmente insostenibile era guardare gli annunci funerari affissi lungo le strade. Per lui era l’equivalente di un film dell’orrore, che si svolgeva a partire dalla disperazione del morente, al dolore che lo accompagnava e si spingeva verso il nulla; fino ad arrivare fino ai processi della putrefazione, se non riusciva a fermarsi in tempo. A volte, nel riquadro dell’annuncio funerario scopriva presenze fluttuanti, larve di anime inquiete sciamanti dalle tombe. Così aveva cominciato a distogliere lo sguardo, da quei manifesti rettangolari bordati a lutto, quando era possibile. Era arrivato ad aver paura di qualunque nuova scena il nuovo giorno gli proponesse. Ma c’era di più: vedere le cose in quel modo lo spaventava, ma stranamente lo attraeva anche, in un ossessivo ‘cupio dissolvi’ che davvero gli fece temere che stava diventando pazzo.
Poi quel momento brutto periodo passò e la sua vita riprese su binari più o meno ordinari; ma gli rimase a lungo come una premonizione, il ricordo di un brutto sogno.
Fu dopo qualche anno che incontrò un libro particolare, scovato su una bancarella di vecchi libri di fantascienza. Ne fu attratto dalla inusuale presentazione di Fruttero & Lucentini, che all’epoca erano i curatori di quella collana, sulla quarta di copertina:
“ Questa è una strana storia, anche per una rivista come la nostra che di storie strane ne ha pubblicate tante. Ne è autore uno scrittore francese morto nel 1963, che visse a Parigi, solo e ignorato, senza mai leggere un libro di fantascienza. I suoi maestri furono Kant e Valery e si sa che ebbe una predilezione per Pirandello, ma che la sua opera, rimasta del resto sempre ai margini della fama, fu soprattutto influenzata dal surrealismo. Nel 1945 pubblicò senza alcun successo questo ‘L’occhio del purgatorio’ (‘L’oeil du purgatoire’), una macabra, rigorosa, progressiva allucinazione, che comincia con un casuale incontro sul boulevard con un vecchio in bombetta e procede, si gonfia, dilaga in una inversione temporale di straordinario effetto… […] ..”
In salotto, l’orologio parlante cantava: “Tic-tac, son già le sette, levati su! levati su!”, quasi temesse che nessuno obbedisse. La casa mattutina restava deserta. L’orologio continuava a ticchettare, ripetendo, ripetendo, all’infinito, il suo tic-tac in quel gran vuoto. “Sette e diciotto, il caffelatte, sette e diciotto, il caffelatte!” In cucina i fornelli della colazione sibilarono e dall’interno ardente della stufa il forno spinse fuori otto tartine tostate alla perfezione, otto uova fritte meravigliosamente su sedici fette di pancetta, due caffé e due bicchieri di latte. “Otto e dieci, tic-tac, otto e dieci, tic-tac, presto a scuola al lavoro, otto e dieci, su al lavoro!” Ma non si udiva nessuna porta, nessun tappeto risuonava il morbido passo di soprascarpe gommate. Fuori, pioveva. E la pioggia tamburellava sulla casa deserta, echeggiando. Fuori, il garage al suono di alcuni rintocchi sollevò la saracinesca, mostrando l’auto in attesa. Passò molto tempo, e infine la saracinesca calò di nuovo. Alle otto e mezzo le uova erano carbonizzate, le tartine pietrificate. Un cuneo di alluminio le spinse, grattandole dai recipienti, nell’acquaio dove getti d’acqua bollente le spinsero a vortice entro una gola metallica che, digeritele, le spazzò via con uno scroscio d’acqua, fino al mare lontano. I recipienti e i piatti sporchi furono calati nell’acqua bollente, per riemergere scintillanti e perfettamente asciutti. “Nove e venti, ripulire, nove e venti, spazzolare, nove e venti, spolverare...” La casa si levava solitaria in una città di macerie e di ceneri, unica casa rimasta in piedi. Di notte, la città distrutta emanava un bagliore radioattivo, visibile a miglia di distanza. Tutto il lato di ponente della casa era nero, meno cinque punti: là dove si vedeva la sagoma dipinta di un uomo intento a sarchiare un prato. Dove, come in una fotografia, una donna era china a cogliere fiori. Più lontano (le immagini erano bruciate sul legno in un solo titanico istante), un bambino, le braccia alzate verso la palla che aveva lanciato, e dinanzi al bambino una fanciulla, lei pure con le mani alzate, per prendere la palla, che non sarebbe scesa mai. Queste cinque chiazze di vernice restavano, l’uomo, la donna, i bimbi, la palla restavano. Il resto non era che un sottile strato di sostanze carbonizzate. Fino a quel giorno, come la casa aveva continuato bene a camminare! Con quanto scrupolo aveva continuato a chiedere: “Chi è? Qual è la parola d’ordine?” e poiché non otteneva risposta da volpi solitarie e gatti miagolanti, aveva chiuso le finestre, abbassato le cortine, con la cura di una vecchia zitella, la cui ansia di autoprotezione sfiori la paranoia. Fremeva ad ogni suono, la casa; se un passero sfiorava una finestra, le imposte si chiudevano di scatto. L’uccello, atterrito, volava via. No, nemmeno un uccellino doveva toccare la casa! La casa era un altare con diecimila serventi, grandi, piccini, servizievoli, solleciti, nel coro. Ma gli Dei se n’erano andati, e i riti della religione continuavano, inutili, senza senso.
Alle dieci la casa cominciò a morire. Il vento soffiava. Il ramo di un albero precipite sfondò la finestra della cucina. Del solvente per smacchiare, imbottigliato, si sparse sulla stufa. La cucina fiammeggiò in un istante! La casa rabbrividì tutta quanta, nelle sue ossa di quercia, il nudo scheletro raggrizzandosi per il calore, i suoi legamenti metallici, i suoi nervi messi a nudo, come se un chirurgo avesse tolto via la pelle, per far rabbrividire vene ed arterie nell’aria rovente. “Aiuto! Aiuto! Il fuoco! Il fuoco!” Il calore faceva scoppiare gli specchi come i primi friabili ghiaccioli dell’inverno. E le voci gemevano “Il fuoco!Il fuoco! Fuggite! Fuggite!” come una tragica cantilena per bambini, una dozzina di voci, alte basse, voci di bambini morenti tutti soli nella profondità del bosco. E le voci si affievolivano a misura che i rivestimenti dei fili scoppiavano come castagne sul fuoco. Altre dieci voci morirono. All’ultimo istante, sotto la valanga di fuoco, altri cori, dimentichi, s’udirono annunciare l’ora, suonar delle ariette, tosare il prato mediante una falciatrice telecomandata, o aprire freneticamente un ombrello presso la soglia di casa, chiudendo e spalancando la porta, mille cose che accadevano tutte insieme, come in una bottega di orologi, dove tutti gli orologi si dessero a suonare pazzamente le ore uno dopo l’altro, scena di confusione manicomiale, e insieme unitaria: un cantare, un urlare, gli ultimi topi-automi che sciamano fuori coraggiosamente a portare via le orrende ceneri! Il fuoco fece scoppiare la casa e la lasciò crollare al suolo, soffiando ultimi sbuffi di faville e di fumo. In cucina, un istante prima della pioggia di fuoco e di travi, si sarebbe potuto vedere la stufa preparar colazioni a un ritmo psicopatico, dieci dozzine di uova, sei enorme pagnotte di tartine, venti dozzine di fette di pancetta, che divorate dal fuoco, rimisero la stufa al lavoro, tra sibili isterici! Il crollo. Il solaio che precipita in cucina e nel salotto. Il salotto in cantina, la cantina nel sottosuolo. Frigorifero, poltrona, nastri di pellicole, circuiti, letti, e tutti come scheletri gettati alla rinfusa in un gran mucchio a grande profondità. Fumo e silenzio. Un’enorme quantità di fumo. L’alba ricomparve fioca a oriente. Tra le rovine, una muraglia si levava solitaria. Entro quella muraglia, un’ultima voce diceva, ripeteva infinite volte, ancora e sempre, anche quando il sole si levò splendido sulla montagna di fumide macerie: “Oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi............”
[da Cronache Marziane, 1950]
Del secondo pezzo [“Hunati” di Edmond Hamilton (1969) - (*)] provo a fare una sintesi ‘a memoria’:
L’uomo vede una figura a distanza nella pianura (siamo in una zona di Sumatra, ancora largamente inesplorata); è un indigeno, e sembra immobile; ma avvicinandosi di più si accorge che, anche se lentissimamente, si muove. Il piede che prima era sollevato ora ha toccato terra, le palpebre si chiudono e si aprono, ad un ritmo estremamente lento, quasi impercettibile. L’uomo è incuriosito, vorrebbe capire e saperne di più, ma i portatori sono impauriti e lo convincono a non toccarlo.
- E’ hunati – dicono – Quest’uomo è hunati, non toccarlo! …anche gli animali si tengono a distanza –
Sebbene a malincuore, l’uomo dà loro ascolto.
E’ l’inviato di una grossa società di import-export di legnami e si trova in Indonesia a rilevare un altro agente della Compagnia, che ha spedito rapporti sempre più radi, fino a cessare ogni trasmissione. Lui ha il compito di capire cosa è successo e se possono esserci problemi che pregiudichino la regolarità delle forniture.
La storia è lunga e articolata; l’uomo arriva nella località che gli è stata indicata e trova l’altro agente vago e reticente, dall’aspetto emaciato e febbrile, stranamente reattivo sulla possibilità di continuare a tagliare gli alberi. Sembra in preda ad una ossessione sconosciuta. Ha una sorella con sé, che lo accudisce, ma anche lei è disperata e allo stremo. Insieme, il nuovo arrivato e la sorella, assistono ad una delle crisi dell’uomo che sotto l’evidente influsso di una droga, assume uno sguardo fisso e lo stesso aspetto dell’indigeno incontrato nella pianura: quasi immobile, i movimenti lentissimi, i battiti cardiaci appena percettibili, tutte le funzioni vitali estremamente rallentate.
Condenso il più possibile.
La droga è stata sviluppata da una cultura animistica molto antica; chi la assume acquisisce un rallentamento tale delle funzioni vitali che permette di entrare in comunione con ‘i Giganti della Terra’, alberi antichissimi depositari di una coscienza sovra-umana e per ciò stesso sovranamente indifferente agli uomini.
In un passo successivo del racconto il protagonista è lui stesso sotto gli effetti della droga, che gli è stata iniettata per renderlo inoffensivo. Partecipa ad una cerimonia in una radura e ai suoi occhi rallentati gli eventi comuni assumono un ritmo del tutto diverso: i giorni e le notti si susseguono velocemente, gli altri umani appaiono come marionette che si muovono a velocità folle. Il tempo è quello degli alberi e la loro voce, i loro movimenti, assumono ora un significato comprensibile e solenne.
E’ un racconto molto suggestivo che apre una quantità di speculazioni, abbastanza realistiche, Che entità (intelligenze?) diverse e tra loro non interferenti possano convivere senza consapevolezza reciproca. Senza andare troppo lontano, non é lo stesso mondo sconosciuto dei batteri e dei virus con cui l’uomo ha convissuto per secoli senza averne coscienza, prima che gli scienziati lo svelassero? E siamo nel mondo dell’infinitamente piccolo e veloce; ma non troppo distanti, sotto l’aspetto concettuale, dall’infinitamente grande e lento: gli alberi, la terra (Gea), i pianeti . Allora per incontrarsi non è necessario solo condividere lo stesso spazio-tempo, ma anche che le velocità (delle vite, dei pensieri, del life-span) siano sincronizzate.
Un mondo caratterizzato dalla velocità [R. Bradbury: Il Gelo e la Fiamma], un altro dalla lentezza [E. Hamilton: Hunati]; in mezzo, sempre ad immaginare, creare e distruggere, l’uomo travolto dal destino e dal tempo, da insidie interne o esterne; da piccoli dolori e da uno Tsunami.
(*) Edmond Hamilton – Hunati (1969). - In: Elwood R., Moskowitz S. (Eds.) Alien earth and other stories (Anthology) - Urania (rivista di Fs - Periodici Mondadori); Febbr. 1976
[Proposto by Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte seconda) – (Continua)]
Mi hanno sempre affascinato le storie sul Tempo, fin dalle prime letture adolescenziali di ‘Urania’ collana di fantascienza della Mondadori […e qui sorge un primo problema: ero io a scegliere le letture o le letture a scegliere me?]. I primi numeri, ricordo - costavano 140 lire, poi arrivarono a 300 lire… e la collana fu curata per un lungo periodo (dagli anni ’60 agli ’80) da “Fruttero & Lucentini”, premiata ditta, destinata a ben più luminosi traguardi…
Allora il Tempo era un mondo inesplorato. Lo è ancora, ma allora tutti i mondi erano inesplorati e non facevo tanta differenza tra il possibile, il reale e il fantastico… Una storia che mi impressionò [Rischio calcolato, di C. E. Maine] aveva in copertina (le famose copertine di Karel Thole!) il volto incartapecorito di una vecchia e la storia narrava di una coppia di giovani amanti di una Terra futura dove la vita era diventata invivibile, in cui lui, uno scienziato, programma un ritorno ad un tempo passato, per se stesso e la sua amata. Entrano separatamente nella ‘macchina del tempo’: appuntamento a Londra, Piccadilly Circus in un preciso anno e giorno del ventesimo secolo. Solo che per qualche sfasamento (che ora non ricordo), quando arriva lui, giovane e pimpante, lei è vecchia decrepita..! Brividi di orrore e (primi) palpiti di nostalgia!
Ma quante storie del tempo ci ha raccontato la fantascienza e, dopo, anche il cinema.
Tra le prime voglio accennare almeno a due, di segno diverso: accelerazione e rallentamento. Sono due perle, di cui riporto solo qualche pagina...
Il gelo e la fiamma [Ray Bradbury]
Durante la notte, Sim venne al mondo. Giacque frignando sopra le pietre fredde della caverna. Il sangue gli scorreva nelle vene a mille pulsazioni al minuto. Sim crebbe, a ritmo continuo.
Nella sua bocca, la madre andava inserendo cibo con mani febbrili. L'incubo di esistere era incominciato. Quasi nell'istante stesso della nascita, i suoi occhi divennero vigili; poi, senza una chiara cognizione del perché, si riempirono di un vivo, persistente terrore. Si senti ingozzare di cibo fino alla nausea, vagì. Girò intorno lo sguardo, sforzandosi di vedere.
C'era una densa nebbia, che a poco a poco si schiariva. Apparvero i contorni della caverna. E un uomo si delineò all'improvviso, folle, feroce, terribile. Un uomo con una faccia da moribondo: vecchia, disseccata dai venti, cotta come mattone a contatto del calore. L'uomo era accoccolato nell'angolo più lontano della caverna, con gli occhi voltati da un lato che mostravano il bianco, e ascoltava il vento ululare all'esterno, sopra il ghiacciato pianeta notturno.
La madre di Sim, scossa di quando in quando da un brivido, gli occhi fissi sull'uomo, imboccava Sim con bacche selvatiche, erbe della valle e capezzoli di ghiaccio staccati dagli ingressi della caverna; e mangiando, eliminando, tornando a mangiare, il piccolo cresceva, cresceva.
L'uomo nell'angolo della grotta era suo padre! Nel volto, gli occhi erano la sola cosa rimasta viva. Reggeva un rudimentale pugnale di pietra nelle mani avvizzite e la mandibola gli pendeva cascante e inerte.
Poi, mentre il suo campo visivo si allargava, Sim vide i vecchi che sedevano nel tunnel, al di là di quella zona di abitazione. E, mentre lui li osservava, quelli a uno a uno morivano.
La loro agonia riempiva la caverna. Si fondevano come immagini di cera, le loro carni si afflosciavano sopra le ossa aguzze, i loro denti sporgevano. L'attimo prima quelle facce erano mature, ancora relativamente lisce, vitali, elettriche. L'istante dopo si verificava un essiccarsi, un incenerirsi della carne.
Sim si dibatté tra le braccia della madre. Lei lo teneva stretto. "No, no," lo blandiva, sottovoce, con ansia, l'occhio attento a vedere se questo avrebbe indotto il marito ad alzarsi di nuovo.
Con uno smorzato, rapido stropiccio di piedi nudi, il padre di Sim attraversò di corsa la grotta. La madre di Sim urlò. Sim si senti strappare dalla stretta di lei. Cadde sopra le pietre, rotolando, strillando con i suoi polmoni umidi e nuovi!
Il volto rugoso del padre apparve sopra di lui, il coltello balenò sospeso. Tutto come in uno degli incubi prenatali che egli aveva vissuto tante e tante volte, mentre era ancora nel grembo materno. Nei pochi fiammeggianti, impossibili istanti che seguirono, le domande lampeggiarono nel suo cervello.
Il coltello stava alto, sospeso, pronto a distruggerlo. Ma l'intero problema del vivere in quella caverna, dei morenti, del rapido avvizzirsi e della follia, tumultuò nella testa piccola e nuova di Sim. Com'era che lui capiva? Lui, un neonato? Può un neonato pensare, vedere, capire, interpretare? No. Era sbagliato! Era impossibile. Eppure, accadeva! Accadeva a lui! Era vivo da un'ora, ormai. E forse tra un istante sarebbe stato già morto!
Sua madre si scagliò contro il dorso del marito, percuotendolo per far cadere l'arma. Sim venne travolto dal tremendo risucchio delle loro due menti in conflitto. "Lascia che lo uccida!" urlava il padre, singhiozzante, col respiro rauco. "Che scopo avrebbe di vivere?"
"No, no!" insisteva la madre, e il suo corpo, fragile e vecchio com'era, si stendeva attraverso quello grosso del padre, tentando di strappargli l'arma. "Deve vivere! Potrebbe esserci un avvenire per lui! Potrebbe vivere più a lungo di noi, e restare giovane!"
Il padre ricadde all'indietro, contro una culla di pietra. Abbandonato al suolo, con gli occhietti fissi e luccicanti, Sim intravide un'altra figura dentro quella culla di sassi. Una bambina, che alimentava tranquillamente se stessa movendo le manine delicate per procurarsi il cibo. Sua sorella.
La madre strappò l'arma dalle dita del marito, e gli si erse contro, piangendo e ricacciando indietro la nuvola di capelli grigi e irti. La bocca le tremava, aveva scatti inconsulti. "Ti ucciderò!" disse, incenerendo il marito con lo sguardo. "Lascia stare i miei bambini."
Il vecchio sputò, con fare stanco e amareggiato, poi guardò con occhio spento la bambina, nel suo lettuccio di pietra. "Un ottavo della sua vita è già trascorso," ansimò. E lei non lo sa. A che serve, allora?"
Sim guardava la madre: gli sembrava che perfino lei stesse cambiando, e assumendo forme tormentate, come fa il fumo. La faccia magra e ossuta si increspava in una miriade di rughe. Tremava di sofferenza, ma restava seduta accanto a lui, rabbrividendo e stringendosi il coltello al petto raggrinzito. Anche lei come i vecchi nel tunnel, stava invecchiando, morendo.
Il pianto di Sim si era fatto sostenuto. Dovunque egli guardasse non vedeva che orrore. Una mente voleva mettersi in contatto con la sua. Istintivamente, guardò verso la culla di pietra. La sorellina, Dark, ricambiò il suo sguardo. Le loro menti si sfiorarono come dita tese. Sim si rilassò un pochino. Cominciava a imparare.
Il padre sospirò, abbassò le palpebre sopra gli occhi verdi. "Dai da mangiare al bambino," disse, esausto. "Sbrigati, donna. E' quasi l'alba, ed è il nostro ultimo giorno di vita. Nutrilo. Fallo crescere."
Sim si chetò, e immagini, affiorando dal terrore, presero a fluttuare verso di lui.
Quello era un pianeta vicino al sole. Le notti ardevano di gelo, i giorni erano come torce infuocate. Era un mondo violento, impossibile. La gente viveva tra le rocce per sottrarsi all'incredibile gelo e alle giornate di fuoco. Soltanto all'alba e al tramonto l'aria era dolce e respirabile, satura di profumi, e allora la gente della caverna portava i piccoli all'aperto, nella vallata sterile e pietrosa. All'alba il ghiaccio si fondeva in fiumi e ruscelli, al tramonto il fuoco quotidiano si spegneva e si raffreddava. Negli intervalli di temperatura mite, gradevole, la gente viveva, correva, giocava, amava, libera dalle caverne, tutta la vita del pianeta balzava, prorompeva. All'istante la vegetazione cresceva, gli uccelli si scagliavano come proiettili attraverso il cielo. Tutta la vita animale composta di fauna e di insetti scorreva frenetica attraverso le rocce; ogni cosa cercava di compiere la propria esistenza entro quella breve ora di tregua.
Era un pianeta insopportabile. Sim già lo capiva, a poche ore soltanto dalla nascita. La memoria della razza sbocciava in lui. Avrebbe vissuto la sua intera vita nelle grotte, con due ore al giorno da passare all'aperto. Li, dentro quei rocciosi canali d'aria, avrebbe parlato, parlato incessantemente con i suoi simili, non dormendo mai, pensando, pensando e restandosene disteso, a sognare; ma senza mai chiudere occhio.
E avrebbe vissuto esattamente otto giorni.
La violenza di quel pensiero! Otto giorni. Otto brevi giorni. Era assurdo, impossibile, ma era cosi. Perfino mentre si trovava ancora nel grembo materno, una razziale comprensione di chissà quale voce misteriosa e lontana gli aveva fatto capire che stava rapidamente formandosi, assumendo contorni precisi, venendo velocemente alla luce.
Il parto era come un guizzo di lama. L'infanzia trascorreva in un baleno. L'adolescenza durava quanto un lampo diffuso. La virilità era un sogno, la maturità un mito, la vecchiaia un'inevitabile, breve realtà, la morte una rapida certezza.
In capo a otto giorni si sarebbe ritrovato mezzo cieco, avvizzito, morente, come si ritrovava ora suo padre, a fissare inutilmente la propria moglie e i propri figli.
Quella giornata era l'ottava parte della sua vita totale! Doveva assaporarne ogni istante. Doveva frugare nel pensiero dei genitori per apprendere.
Perché entro poche ore loro sarebbero morti.
Era tutto cosi assurdamente ingiusto. Tutta li era la vita? Durante lo stato prenatale non aveva egli sognato di lunghe esistenze, di vallate non di sterile roccia, ma verdi di fogliame e a clima temperato? Si! E se le aveva sognate doveva dunque esserci una verità in quelle visioni. Come poteva cercare e trovare la lunga vita? Dove? E come poteva portare a compimento una missione vitale cosi enorme, e cosi scoraggiante, in otto brevi, evanescenti giorni?
In che modo la sua gente si era ridotta in simili condizioni?
……….
[Estratto (parziale) da Ray Bradbury: “ll gelo e la fiamma” (The Creatures That Time Forgot - 1946)]
[Proposto by Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte prima)]
Tecniche di Diversione
Non saprei neanch’io come definire il tema: l’idea di base è ottenere un risultato utilizzando una via obliqua, deviata, rispetto allo scopo; una sorta di dissimulazione, per certi aspetti, del proprio obbiettivo.
Mi rendo conto di non essere stato molto chiaro, ma la materia è per definizione sfuggente.
La parabola zen, sull’addestramento all’uso della spada (Cfr. in precedenza, su questo stesso Blog), è un buon esempio del fatto che puntare diritti alla meta può essere svantaggioso:
Ma possiamo cercare altri esempi, diversi l’uno dall’altro, con qualcosa che li accomuna.
Gli stereogrammi, per esempio:
www.segnalidivita.com/stereogrammi/index.htm
www.sfonditalia.it/stereogrammi.htm -
www.rivelazioni.com/stereogrammi/
Sono immagini elaborate al computer, piuttosto complicate, di uno stesso motivo grafico ripetuto innumerevoli volte che guardate in un certo modo, permettono di avere una visione a tre dimensioni di figure che non vi si possono scorgere osservando nel modo convenzionale.
Bisogna osservarle a lungo – dicono le istruzioni – guardare e non guardare, ovvero mettere a fuoco un punto al di qua o al di là dell’immagine; avvicinarla, allontanarla.. perdersi in essa.
All’improvviso accade. In un modo così netto che qualche volta strappa un grido di sorpresa: si vede un’immagine del tutto diversa, in una scena dotata di profondità di campo. Il disegno non differisce dallo sfondo, il colore è lo stesso; ciononostante quando si riesce a vederle, le forme proprio balzano addosso e non è possibile equivocare sulla loro tridimensionalità.
Ho visto gente irritarsi, provare e riprovare con immagini diverse, senza riuscire a vedere niente; alcuni infatti non ci riescono mai; altri lo trovano di una facilità irrisoria.
Chi non ha mai sentito dire, o provato personalmente, il sistema di contare le pecore per addormentarsi? In questo caso l’obbiettivo è far arrivare il sonno, ma non bisogna confessarlo neanche a se stessi, perché perseguire lo scopo troppo direttamente è il modo migliore per passare la notte a occhi aperti; bisogna invece deviare la mente su immagini neutre (le pecore, per l’appunto).
Allo stesso modo può funzionare la concentrazione sul respiro per ‘svuotare la mente’, durante le tecniche di meditazione. Ovviamente la comando diretto: - Svuotati! – la mente non obbedisce.
Potrei continuare a lungo: la ripetitività di un esercizio nell’addestramento alla musica, per acquisire l’automatismo dell’esecuzione; il tempo, che sembra non passare mai quando siamo concentrati sul movimento delle lancette dell’orologio.
Allo stesso modo si comporta il dolore: il sistema per dimenticarlo è sommergerlo di altri stimoli, ma se riesce a guadagnare la nostra attenzione è finita: si espande e ci invade. Infatti molti dolori vengono fuori la notte, quando rimangono i soli padroni del campo, in assenza di afferenze diverse.
E la fatica di scrivere? Quasi impossibile da sostenere, fino a quando non si fa chiaro tra le cose che si vogliono dire; solo allora la lettera, un racconto, perfino un romanzo “…si scrivono da soli”. E’ Natalia Ginzburg a dirlo: “…il pensiero, quando fatica, non diventa più grande ma più piccolo. Diventa piccolo come un insetto. Il suo sforzo è quello d’una formica che lavora al suo formicaio… Un lungo racconto, ad un certo punto si sgomitola tutto da solo; quasi si scrive da sé…” (Dalla Prefazione a: Cinque romanzi brevi e altri racconti – Tascabili Einaudi).
E sullo stesso registro Nietzsche (‘La Gaia Scienza’): “… Da quando fui stanco di cercare, imparai a trovare. Da quando un vento si levò a me contrario, veleggio con tutti i venti..”
Vogliamo parlare di quanto tempo e ansia ci prende la programmazione del nostro futuro? Ma quanto di esso realmente scegliamo o non ci si impone, invece, indipendentemente dalle nostre scelte, per un incontro fortuito, un evento imprevisto e imprevedibile che ci cambia la vita?
Anche in questo caso, non sarà forse più saggio lasciarsi prendere dal flusso degli eventi, senza contrastarli, vivendo intensamente gli eventi man mano che accadono?
“L’uomo è un essere pensante, ma le sue grandi opere vengono compiute quando non calcola e non pensa. Bisogna ridiventare ‘come bambini’ attraverso lunghi anni di esercizio nell’arte di dimenticare se stessi. Quando questo è raggiunto, l’uomo pensa eppure non pensa; pensa come la pioggia che cade dal cielo, come le onde che corrono sul mare. Infatti è lui stesso la pioggia e il mare
[Daisetz T. Suzuki]
[Proposto by Sandro – Cambiamenti 16.
Tecniche di diversione (continua)]
Una storia zen
“… Un giovane si era messo in viaggio per raggiungere un maestro zen esperto nell’arte del maneggio della spada. Giunto alla sua presenza, gli chiese con il dovuto rispetto di accettarlo come allievo, dicendosi prontissimo a lavorare duramente allo scopo di ridurre il periodo di addestramento.
Verso la fine del colloquio, chiese quanto tempo gli sarebbe occorso per imparare a servirsi dell’arma e il Maestro rispose che sarebbero stati necessari almeno dieci anni. Deluso, il giovane si offerse di addestrarsi diligentemente notte e giorno e poi domandò in che misura questo lavoro straordinario avrebbe influito sul tempo necessario.
- In tal caso – rispose gravemente il Maestro – ci vorranno trent’anni –
Sempre più preoccupato il giovane propose di dedicare tutte le proprie energie, ogni istante della sua vita, allo studio della spada.
- Allora ci vorranno settant’anni - replicò il Maestro.
Il giovane restò senza parole, ma accettò di mettere la propria esistenza a disposizione del Maestro.
Durante i primi tre anni non vide neppure una spada, ma fu messo a pilare il riso e a praticare la meditazione zen. Poi un giorno il Maestro gli strisciò alle spalle e gli diede una violenta pacca con una spada di legno.
E da allora non passò un giorno senza che, ogniqualvolta egli volgeva le spalle, il Maestro non lo aggredisse. Di conseguenza i sensi del giovane un po’ alla volta si acuirono, finché egli fu perennemente in guardia, istintivamente pronto a scansare la botta. Quando il Maestro si avvide che l’allievo era in grado di reagire automaticamente a tutto quanto avveniva nell’ambiente circostante e che il giovane era indifferente a pensieri e desideri senza importanza, ebbe finalmente inizio l’addestramento…”
[Proposto by Sandro]
Cambiare è
- crescere in un significato nuovo di esistenza
- migliorare la propria personalità
- uscire dai circoli viziosi e dalle stanze chiuse
- stare meglio con sé stessi e nella propria esistenza
Bisognerebbe guardarsi intorno e capire che i movie-gender sono opportuni e necessari ad un maggiore pluralismo cinematografico. Solamente in questo modo l’Italia dei film potrà riossigenarsi,solo così, potrà riaccendere nel pubblico quel desiderio smarrito di vedere un film italiano diverso dal solito.
Da un'intervista al regista Olivier Assayas:
Nei suoi film spesso sono protagonisti adolescenti e bambini, cari anche al cinema di Francois Truffaut. Cosa crede di aver ereditato dalla Nouvelle Vague?
"Nella vita si può cambiare per amore, l'amore verso il cinema!"
Credo di aver ereditato la libertà. Hanno creato uno spazio di libertà, non solo per i registi francesi, non solo per gli autori della mia generazione. Hanno creato l'idea che un regista può essere un artista, un autore nel senso più autonomo della parola. Per questo non credo di avere dei temi comuni proprio perché la lezione di questi grandi registi è stata quella di essere se stessi e non copiare quello che hanno già fatto altri.
SimOne ( http://simulescion.blogspot.com/ )