“…Che ne dite dei viaggi nel tempo?
Già un po’ più abituato al personaggio fui in grado di rispondere: - Sono pura follia!
- Proprio cosi! – esclamò, dimenando per la gioia gli alluci, nelle vecchie ciabatte che accarezzavano la stufa - Viaggi nello spazio, viaggi nel passato e nell’avvenire… Poveri sogni di esseri umani sprovvisti d’immaginazione, privi addirittura del senso del mondo. Noi viaggiamo nel tempo! ..alla velocità di ventiquattro ore al giorno… Ed è più che sufficiente per andare verso la morte..”
[…Più avanti il vecchio spiega…]:
“… - Le specie animali non vivono tutte nel medesimo tempo…
- Ah – dissi, con assoluta indifferenza
- E perché il tempo degli uomini dovrebbe coincidere con quello delle bestie? La lepre, la mosca, vivono in anticipo sul nostro tempo e perciò preavvertono i gesti con cui cerchiamo di catturarli o di ucciderli, e così possono fuggire. Lo sfasamento però può anche avvenire in senso inverso. Per esempio a mucca che guarda passare un treno ci sembra stupida perché, essendo in ritardo su tempo umano, vede la locomotiva solo quando il vagone di coda le passa sotto il naso…”
[…Ancora, il vecchio tecnico di laboratorio chiarisce come questa capacità anticipatrice della visione sia causata da un virus, che lui ha localizzato e coltivato nel midollo della lepre siberiana in una forma trasmissibile all’uomo…]:
“In questa specie l’anticipo sul tempo (quello stesso che permette alla lepre di presentire il fucile e di salvarsi dal laccio del mujik) è di qualche secondo. Ma in condizioni ottimali di coltura il carattere specifico dell’anticipazione è trasmesso alla generazione seguente, con una accelerazione progressiva ad ogni successiva coltura”
[Da Jacques Spitz: ‘L’occhio del Purgatorio’ in Urania n° 622 dell’8-7-1973; Mondadori Ed.; ibidem]
Quello che il libro ci descrive, in seguito all’inoculamento nell’uomo di una coltura pura del virus è assolutamente fantastico…
In effetti… l’uomo deve aver avuto problemi con il tempo fin dalla sua presa di coscienza come essere pensante; ha dovuto prendere atto del suo trascorrere e dei cambiamenti che avvenivano nel proprio corpo, nel modo di pensare, sulle aspettative. Ha identificato, tra le ricompense che le diverse religioni assicurano ai loro adepti, uno spazio senza tempo, libero da cure e affanni, che ha chiamato in vari modi: Paradiso, Eden, Janna…
Ha sperimentato con diversi tipi di droghe la possibilità di variare la sua percezione del tempo, sia in senso dissociativo /acceleratore delle percezioni [cannabinoidi, allucinogeni (mescalina, LSD e congeneri)], che nel senso di un rallentamento (oppiacei, barbiturici).
La letteratura sul tempo, viaggi o fantasie di altro tipo, è quanto mai ricca, a testimonianza di un evidente chiodo fisso dell’uomo, al riguardo; egli è stato molto attratto, nel coso dei secoli, dalla possibilità di trascendere il tempo attraverso la fantasia. In fondo scrivere, dipingere, fare fotografie, sono tutti modi per fermare il tempo…
Ma il tempo ha intrigato l’uomo anche in altri sensi: L’esperienza è uno di questi.
Come il tempo passa, cosa cambia e cosa porta con sé; se sia possibile utilizzarlo per comprendere, “dopo tanti anni e tanta vita”, le motivazioni delle nostre azioni passate. Sono sempre gli scrittori e i poeti a dirlo con la maggiore chiarezza:
“…Diciamo che ci sono persone che aspettano lettere dal passato; le sembra una cosa plausibile nella quale credere?
Lettere dal passato che ci spieghino un tempo della nostra vita che non abbiamo mai capito, che ci diano una spiegazione qualsiasi che ci faccia afferrare il senso di tanti anni trascorsi, di quello che allora ci sfuggì.
Lei è giovane, lei aspetta lettere dal futuro, ma supponga che esistano persone che aspettano lettere dal passato – e io forse sono una di queste – e magari mi spingo a immaginare che un giorno mi arriveranno…
… Aprirò la lettera e capirò con chiarezza meridiana una storia mai capita prima, una storia unica e fondamentale, una cosa che può accadere una sola volta nella vita, che gli dei ci concedono che accada una sola volta nella nostra vita e alla quale allora non prestammo la dovuta attenzione, proprio perché eravamo degli idioti presuntuosi.”
[Da: A. Tabucchi: La testa perduta di Damasceno Monteiro (p. 127) - Feltrinelli Ed. 1997]
E ancora Tabucchi, in una intervista letta di recente:
“…E’ come uscire a fare una passeggiata nella neve… tornare in casa e vedere nelle orme, dalla finestra, il senso che ha avuto il camminare…
Capire… capire… Ma a che serve, dopo tutto?
Proviamo a porre la domanda successiva: cambia qualcosa capire? Cosa possono mai dirci le lettere dal passato? E serve davvero ritrovare un senso, nei passi che abbiamo fatto nella neve?
Dobbiamo. Non riusciamo a vivere altrimenti.
E’ il rovello costante di tutti quelli della mia generazione, anche se le vie seguite sono state diverse e variabile l’utilizzo dei risultati. E’ come se non ci fosse consentito saltare le tappe né risparmiata la fatica del viaggio, lungo il cammino della conoscenza, di noi stessi e del mondo. La ricerca del senso ci è connaturata, anche quando ci riporta al punto di partenza, alla consapevolezza istintiva...
"Tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse"
[F. Nietzsche in: ’Also sprach Zarathustra’; 1885]
Ma l’esperienza e la vita vissuta possono proporre un'altra concezione del tempo, alternativa all’idea di linearità e progressione di impronta illuministica. E’ un altro universo in cui ogni istante non è valutato in funzione degli altri momenti o della totalità del tempo, ma riconosciuto e accolto come avente in se stesso la pienezza del suo significato.
"Il tempo si lacera.
Dove ritrovare i prati della mia infanzia?
I soli ellittici rappresi nello spazio nero?
Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto?
Le stagioni hanno perduto il loro significato.
- Domani.. Ieri - Che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente.
Una volta nevica, Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento.
Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. E’. Sempre. Tutto insieme.
Perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente."
[Agota Kristof: Hier - Einaudi Ed.; 1995]