Mi hanno sempre affascinato le storie sul Tempo, fin dalle prime letture adolescenziali di ‘Urania’ collana di fantascienza della Mondadori […e qui sorge un primo problema: ero io a scegliere le letture o le letture a scegliere me?]. I primi numeri, ricordo - costavano 140 lire, poi arrivarono a 300 lire… e la collana fu curata per un lungo periodo (dagli anni ’60 agli ’80) da “Fruttero & Lucentini”, premiata ditta, destinata a ben più luminosi traguardi…
Allora il Tempo era un mondo inesplorato. Lo è ancora, ma allora tutti i mondi erano inesplorati e non facevo tanta differenza tra il possibile, il reale e il fantastico… Una storia che mi impressionò [Rischio calcolato, di C. E. Maine] aveva in copertina (le famose copertine di Karel Thole!) il volto incartapecorito di una vecchia e la storia narrava di una coppia di giovani amanti di una Terra futura dove la vita era diventata invivibile, in cui lui, uno scienziato, programma un ritorno ad un tempo passato, per se stesso e la sua amata. Entrano separatamente nella ‘macchina del tempo’: appuntamento a Londra, Piccadilly Circus in un preciso anno e giorno del ventesimo secolo. Solo che per qualche sfasamento (che ora non ricordo), quando arriva lui, giovane e pimpante, lei è vecchia decrepita..! Brividi di orrore e (primi) palpiti di nostalgia!
Ma quante storie del tempo ci ha raccontato la fantascienza e, dopo, anche il cinema.
Tra le prime voglio accennare almeno a due, di segno diverso: accelerazione e rallentamento. Sono due perle, di cui riporto solo qualche pagina...
Il gelo e la fiamma [Ray Bradbury]
Durante la notte, Sim venne al mondo. Giacque frignando sopra le pietre fredde della caverna. Il sangue gli scorreva nelle vene a mille pulsazioni al minuto. Sim crebbe, a ritmo continuo.
Nella sua bocca, la madre andava inserendo cibo con mani febbrili. L'incubo di esistere era incominciato. Quasi nell'istante stesso della nascita, i suoi occhi divennero vigili; poi, senza una chiara cognizione del perché, si riempirono di un vivo, persistente terrore. Si senti ingozzare di cibo fino alla nausea, vagì. Girò intorno lo sguardo, sforzandosi di vedere.
C'era una densa nebbia, che a poco a poco si schiariva. Apparvero i contorni della caverna. E un uomo si delineò all'improvviso, folle, feroce, terribile. Un uomo con una faccia da moribondo: vecchia, disseccata dai venti, cotta come mattone a contatto del calore. L'uomo era accoccolato nell'angolo più lontano della caverna, con gli occhi voltati da un lato che mostravano il bianco, e ascoltava il vento ululare all'esterno, sopra il ghiacciato pianeta notturno.
La madre di Sim, scossa di quando in quando da un brivido, gli occhi fissi sull'uomo, imboccava Sim con bacche selvatiche, erbe della valle e capezzoli di ghiaccio staccati dagli ingressi della caverna; e mangiando, eliminando, tornando a mangiare, il piccolo cresceva, cresceva.
L'uomo nell'angolo della grotta era suo padre! Nel volto, gli occhi erano la sola cosa rimasta viva. Reggeva un rudimentale pugnale di pietra nelle mani avvizzite e la mandibola gli pendeva cascante e inerte.
Poi, mentre il suo campo visivo si allargava, Sim vide i vecchi che sedevano nel tunnel, al di là di quella zona di abitazione. E, mentre lui li osservava, quelli a uno a uno morivano.
La loro agonia riempiva la caverna. Si fondevano come immagini di cera, le loro carni si afflosciavano sopra le ossa aguzze, i loro denti sporgevano. L'attimo prima quelle facce erano mature, ancora relativamente lisce, vitali, elettriche. L'istante dopo si verificava un essiccarsi, un incenerirsi della carne.
Sim si dibatté tra le braccia della madre. Lei lo teneva stretto. "No, no," lo blandiva, sottovoce, con ansia, l'occhio attento a vedere se questo avrebbe indotto il marito ad alzarsi di nuovo.
Con uno smorzato, rapido stropiccio di piedi nudi, il padre di Sim attraversò di corsa la grotta. La madre di Sim urlò. Sim si senti strappare dalla stretta di lei. Cadde sopra le pietre, rotolando, strillando con i suoi polmoni umidi e nuovi!
Il volto rugoso del padre apparve sopra di lui, il coltello balenò sospeso. Tutto come in uno degli incubi prenatali che egli aveva vissuto tante e tante volte, mentre era ancora nel grembo materno. Nei pochi fiammeggianti, impossibili istanti che seguirono, le domande lampeggiarono nel suo cervello.
Il coltello stava alto, sospeso, pronto a distruggerlo. Ma l'intero problema del vivere in quella caverna, dei morenti, del rapido avvizzirsi e della follia, tumultuò nella testa piccola e nuova di Sim. Com'era che lui capiva? Lui, un neonato? Può un neonato pensare, vedere, capire, interpretare? No. Era sbagliato! Era impossibile. Eppure, accadeva! Accadeva a lui! Era vivo da un'ora, ormai. E forse tra un istante sarebbe stato già morto!
Sua madre si scagliò contro il dorso del marito, percuotendolo per far cadere l'arma. Sim venne travolto dal tremendo risucchio delle loro due menti in conflitto. "Lascia che lo uccida!" urlava il padre, singhiozzante, col respiro rauco. "Che scopo avrebbe di vivere?"
"No, no!" insisteva la madre, e il suo corpo, fragile e vecchio com'era, si stendeva attraverso quello grosso del padre, tentando di strappargli l'arma. "Deve vivere! Potrebbe esserci un avvenire per lui! Potrebbe vivere più a lungo di noi, e restare giovane!"
Il padre ricadde all'indietro, contro una culla di pietra. Abbandonato al suolo, con gli occhietti fissi e luccicanti, Sim intravide un'altra figura dentro quella culla di sassi. Una bambina, che alimentava tranquillamente se stessa movendo le manine delicate per procurarsi il cibo. Sua sorella.
La madre strappò l'arma dalle dita del marito, e gli si erse contro, piangendo e ricacciando indietro la nuvola di capelli grigi e irti. La bocca le tremava, aveva scatti inconsulti. "Ti ucciderò!" disse, incenerendo il marito con lo sguardo. "Lascia stare i miei bambini."
Il vecchio sputò, con fare stanco e amareggiato, poi guardò con occhio spento la bambina, nel suo lettuccio di pietra. "Un ottavo della sua vita è già trascorso," ansimò. E lei non lo sa. A che serve, allora?"
Sim guardava la madre: gli sembrava che perfino lei stesse cambiando, e assumendo forme tormentate, come fa il fumo. La faccia magra e ossuta si increspava in una miriade di rughe. Tremava di sofferenza, ma restava seduta accanto a lui, rabbrividendo e stringendosi il coltello al petto raggrinzito. Anche lei come i vecchi nel tunnel, stava invecchiando, morendo.
Il pianto di Sim si era fatto sostenuto. Dovunque egli guardasse non vedeva che orrore. Una mente voleva mettersi in contatto con la sua. Istintivamente, guardò verso la culla di pietra. La sorellina, Dark, ricambiò il suo sguardo. Le loro menti si sfiorarono come dita tese. Sim si rilassò un pochino. Cominciava a imparare.
Il padre sospirò, abbassò le palpebre sopra gli occhi verdi. "Dai da mangiare al bambino," disse, esausto. "Sbrigati, donna. E' quasi l'alba, ed è il nostro ultimo giorno di vita. Nutrilo. Fallo crescere."
Sim si chetò, e immagini, affiorando dal terrore, presero a fluttuare verso di lui.
Quello era un pianeta vicino al sole. Le notti ardevano di gelo, i giorni erano come torce infuocate. Era un mondo violento, impossibile. La gente viveva tra le rocce per sottrarsi all'incredibile gelo e alle giornate di fuoco. Soltanto all'alba e al tramonto l'aria era dolce e respirabile, satura di profumi, e allora la gente della caverna portava i piccoli all'aperto, nella vallata sterile e pietrosa. All'alba il ghiaccio si fondeva in fiumi e ruscelli, al tramonto il fuoco quotidiano si spegneva e si raffreddava. Negli intervalli di temperatura mite, gradevole, la gente viveva, correva, giocava, amava, libera dalle caverne, tutta la vita del pianeta balzava, prorompeva. All'istante la vegetazione cresceva, gli uccelli si scagliavano come proiettili attraverso il cielo. Tutta la vita animale composta di fauna e di insetti scorreva frenetica attraverso le rocce; ogni cosa cercava di compiere la propria esistenza entro quella breve ora di tregua.
Era un pianeta insopportabile. Sim già lo capiva, a poche ore soltanto dalla nascita. La memoria della razza sbocciava in lui. Avrebbe vissuto la sua intera vita nelle grotte, con due ore al giorno da passare all'aperto. Li, dentro quei rocciosi canali d'aria, avrebbe parlato, parlato incessantemente con i suoi simili, non dormendo mai, pensando, pensando e restandosene disteso, a sognare; ma senza mai chiudere occhio.
E avrebbe vissuto esattamente otto giorni.
La violenza di quel pensiero! Otto giorni. Otto brevi giorni. Era assurdo, impossibile, ma era cosi. Perfino mentre si trovava ancora nel grembo materno, una razziale comprensione di chissà quale voce misteriosa e lontana gli aveva fatto capire che stava rapidamente formandosi, assumendo contorni precisi, venendo velocemente alla luce.
Il parto era come un guizzo di lama. L'infanzia trascorreva in un baleno. L'adolescenza durava quanto un lampo diffuso. La virilità era un sogno, la maturità un mito, la vecchiaia un'inevitabile, breve realtà, la morte una rapida certezza.
In capo a otto giorni si sarebbe ritrovato mezzo cieco, avvizzito, morente, come si ritrovava ora suo padre, a fissare inutilmente la propria moglie e i propri figli.
Quella giornata era l'ottava parte della sua vita totale! Doveva assaporarne ogni istante. Doveva frugare nel pensiero dei genitori per apprendere.
Perché entro poche ore loro sarebbero morti.
Era tutto cosi assurdamente ingiusto. Tutta li era la vita? Durante lo stato prenatale non aveva egli sognato di lunghe esistenze, di vallate non di sterile roccia, ma verdi di fogliame e a clima temperato? Si! E se le aveva sognate doveva dunque esserci una verità in quelle visioni. Come poteva cercare e trovare la lunga vita? Dove? E come poteva portare a compimento una missione vitale cosi enorme, e cosi scoraggiante, in otto brevi, evanescenti giorni?
In che modo la sua gente si era ridotta in simili condizioni?
……….
[Estratto (parziale) da Ray Bradbury: “ll gelo e la fiamma” (The Creatures That Time Forgot - 1946)]
[Proposto by Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte prima)]