lunedì, 31 luglio 2006

DIGRESSIONI – Ripensandoci…

Scuola media. Appena squillata la campanella mi riprendo dal fantasticare. Pensieri lontani al rallentatore, che coinvolgono tappeti rossi, flash e statuette dorate. Qualcosa si sta delineando nella mia mente (e sta cambiando), ricordo che ancora non avevo un’idea ben chiara di dove queste considerazioni mi avrebbero portato. Ma non importa, non c’è più tempo per pensare, è arrivata la “sacra” ricreazione.

C’è stato un momento preciso in cui in me è scattato il fascino passionale della cinematografia, il primo passo per arrivare a quella scritta, alla critica. Attirato da una minuscola locandina sul giornale, andai con mio padre e mia cugina a vedere al cinema Ace Ventura.

Il 1994…è al termine della proiezione che è cominciato tutto.  

Non è stato certo un capolavoro della storia del cinema a farmi accostare alla settima arte, anche se considero il film un capolavoro del suo genere, esplicitamente comico, e Jim Carrey un genio d’attore. E’ bastato poco a fare il salto, sintomo che in me la predisposizione era innata.

Cementificandosi questa a volte insana attrazione, mi ha portato ad esplorare tutti quegli italici recessi dove la parola cinema si annidava. Sale di doppiaggio, mostre di cinema, studi televisivi, set e conferenze stampa. Ad essa si affiancava il voler scrivere, l’impeto di scrivere e di saperne di più sul variegato argomento. Partivo dal prodotto confezionato per arrivare, attingendo dalla vastità della Rete, ad una fruizione del medium a 360°.

La crescita è cambiamento, perciò accorgendomi di essere uno spillo nell’oceano, ho ridimensionato le mie conoscenze, rivisto le mie basi e sono partito. Non di testa, ma negli USA.

Per cercare oltre, sfruttando le mie esperienze e trovare l’input che decidesse cosa fare del grande passo, nome ingannevole che indica la realtà…universitaria.

L’impatto sensoriale oltre ogni aspettativa, beyond my living ways, mi ha aperto gli occhi e quando sono rientrato sapevo.

Sapevo da dove volevo cominciare e che non sarebbe stato facile arrivare dove tutt’ora non intravedo nemmeno la meta. Però mi sono mosso dai blocchi e questo è stata una buona iniezione di fiducia. Ora spetta a me non lasciar cadere i remi.

Negli ultimi tempi ho rivistoli mio rapporto con il cinema, sempre più simbiotico e disinibito, al pari con le altre manifestazioni quotidiane. Approfondisco e sento il bisogno di essere informato e d’informare. La costante voglia di un confronto che porti a concreti progetti collettivi non fa che pormi sulla mia personale lunghissima strada verso l’appagamento, professionale e non solo.

Il Cinema non mi ha cambiato la vita, ha cambiato il modo in cui io la percepisco.

                                                                                                                              SimOne

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domenica, 30 luglio 2006

                    Il guaio del nostro tempo è che il futuro

                non è più quello di una volta!             

                                                                         (Paul Valery) 

Racconta - questa storia particolare dentro una storia ancora più inconsueta - di persone che incontrano libri e di libri che per strani giochi del caso incontrano le persone.

E il Tempo? ll Cambiamento?

C’entrano anche loro… Garantito!

 

C’era una volta un uomo inquieto. Forse stava solo attraversando un brutto momento, uno di quegli snodi della vita in cui cambia tutto; che dopo non si è più gli stessi.

Viaggiava molto il nostro uomo in quel periodo; non meno di due-tre ore in macchina ogni giorno, di solito in orari poco frequentati, perché non sopportava il traffico né i luoghi affollati. Così si trovava per strade deserte poco prima dell’alba, o a notte fonda.

Fu durante questi viaggi che cominciò a prenderne coscienza.

Si trattava di un particolare modo di vedere le cose; come uno sdoppiamento, o una sfasatura temporale. Essere in un luogo e contemporaneamente in un altro; nel suo tempo e in uno diverso: spostato nel futuro.

 

“Se è ancora notte – e lo è a lungo quando il cielo è coperto – l’alba è una lontana ipotesi; un’attesa d’abitudine, tutt’altro che una certezza. E’ più facile che continui così all’infinito, senza speranza né avvisaglie dell’alba. Spesso piove; un’acquerugiola fine che sembra anch’essa non debba finire mai, come la notte.

Strano come a volte ci si trovi a fissare l’attenzione solo su immagini di morte. Comincia la mattina presto, in macchina. Gatti morti sul bordo della strada, rospi schiacciati: una macchia opaca sulla striscia lucida dell’asfalto bagnato. Come in un universo claustrofobico alla Blade Runner piove. Continua a piovere.

Anche gli acquedotti romani all’entrata in città, gli parlavano di epoche passate; di speranze infrante; della fine dei sogni e delle illusioni.

Ora la visione fuggente di una pianta gli portava la coscienza immediata e completa del nome (famiglia/genere/specie), del suo ciclo vitale, dal germoglio alla  vegetazione completa, fioritura, emissione dei semi, morte. Ma per le piante non era così grave…

Poi il campo della visione cominciò ad allargarsi; su qualunque cosa fissasse lo sguardo, riceveva indietro un’impressione fuggente, ma non per questo meno precisa e impressionante, di tutto quel che c’era intorno e dopo. Era il ‘dopo’, soprattutto, che lo spaventava.

Guardava i negozi, le nuove attività: i capannoni ora costruiti li vedeva arrugginiti e abbandonati; diluito dal tempo lo slancio vitale; esaurito l’entusiasmo che li aveva fatti tirar su.

E le barche, quando faceva una strada lungo il mare: quelle nuove, appena calafatate, gli si sovrapponevano ad altre intraviste tra gli scogli, dopo una mareggiata, sfondate e con il fasciame distorto in angoli sghembi. Ed erano le stesse barche!

Una volta incrociò le macchine strombazzanti di un corteo matrimoniale.

Ne fu sconvolto. Dove gli altri vedevano coppie festanti, lanci di confetti e paggetti emozionati, scopriva in sovrimpressione i miasmi del mattino, l’insofferenza e l’odio reciproci, la necessità e la paura di lasciarsi..

E gli amori nuovi? I ragazzi che si baciano ai giardinetti e alle fermate della Metro? Cominciò ad averne tanta paura che ne distoglieva immediatamente lo sguardo.

Particolarmente insostenibile era guardare gli annunci funerari affissi lungo le strade. Per lui era l’equivalente di un film dell’orrore, che si svolgeva a partire dalla disperazione del morente, al dolore che lo accompagnava e si  spingeva verso il nulla; fino ad arrivare fino ai processi della putrefazione, se non riusciva a fermarsi in tempo. A volte, nel riquadro dell’annuncio funerario scopriva presenze fluttuanti, larve di anime inquiete sciamanti dalle tombe. Così aveva cominciato a distogliere lo sguardo, da quei manifesti rettangolari bordati a lutto, quando era possibile. Era arrivato ad aver paura di qualunque nuova scena il nuovo giorno gli proponesse. Ma c’era di più: vedere le cose in quel modo lo spaventava, ma stranamente lo attraeva anche, in un ossessivo ‘cupio dissolvi’ che davvero gli fece temere che stava diventando pazzo.

 

Poi quel momento brutto periodo passò e la sua vita riprese su binari più o meno ordinari; ma gli rimase a lungo come una premonizione, il ricordo di un brutto sogno.

Fu dopo qualche anno che incontrò un libro particolare, scovato su una bancarella di vecchi libri di fantascienza. Ne fu attratto dalla inusuale presentazione di Fruttero & Lucentini, che all’epoca erano i curatori di quella collana, sulla quarta di copertina:

 

“ Questa è una strana storia, anche per una rivista come la nostra  che di storie strane ne ha pubblicate tante. Ne è autore uno scrittore francese morto nel 1963, che visse a Parigi, solo e ignorato, senza mai leggere un libro di fantascienza. I suoi maestri furono Kant e Valery e si sa che ebbe una predilezione per Pirandello, ma che la sua opera, rimasta del resto sempre ai margini della fama, fu soprattutto influenzata dal surrealismo. Nel 1945 pubblicò senza alcun successo questo ‘L’occhio del purgatorio’ (‘L’oeil du purgatoire’), una macabra, rigorosa, progressiva allucinazione, che comincia con un casuale incontro sul boulevard con un vecchio in bombetta e procede, si gonfia, dilaga in una inversione temporale di straordinario effetto… […] ..”

 

[By Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte terza) – continua]
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venerdì, 28 luglio 2006

In salotto, l’orologio parlante cantava: “Tic-tac, son già le sette, levati su! levati su!”, quasi temesse che nessuno obbedisse. La casa mattutina restava deserta. L’orologio continuava a ticchettare, ripetendo, ripetendo, all’infinito, il suo tic-tac in quel gran vuoto. “Sette e diciotto, il caffelatte, sette e diciotto, il caffelatte!” In cucina i fornelli della colazione sibilarono e dall’interno ardente della stufa il forno spinse fuori otto tartine tostate alla perfezione, otto uova fritte meravigliosamente su sedici fette di pancetta, due caffé e due bicchieri di latte. “Otto e dieci, tic-tac, otto e dieci, tic-tac, presto a scuola al lavoro, otto e dieci, su al lavoro!” Ma non si udiva nessuna porta, nessun tappeto risuonava il morbido passo di soprascarpe gommate. Fuori, pioveva. E la pioggia tamburellava sulla casa deserta, echeggiando. Fuori, il garage al suono di alcuni rintocchi sollevò la saracinesca, mostrando l’auto in attesa. Passò molto tempo, e infine la saracinesca calò di nuovo. Alle otto e mezzo le uova erano carbonizzate, le tartine pietrificate. Un cuneo di alluminio le spinse, grattandole dai recipienti, nell’acquaio dove getti d’acqua bollente le spinsero a vortice entro una gola metallica che, digeritele, le spazzò via con uno scroscio d’acqua, fino al mare lontano. I recipienti e i piatti sporchi furono calati nell’acqua bollente, per riemergere scintillanti e perfettamente asciutti. “Nove e venti, ripulire, nove e venti, spazzolare, nove e venti, spolverare...” La casa si levava solitaria in una città di macerie e di ceneri, unica casa rimasta in piedi. Di notte, la città distrutta emanava un bagliore radioattivo, visibile a miglia di distanza. Tutto il lato di ponente della casa era nero, meno cinque punti: là dove si vedeva la sagoma dipinta di un uomo intento a sarchiare un prato. Dove, come in una fotografia, una donna era china a cogliere fiori. Più lontano (le immagini erano bruciate sul legno in un solo titanico istante), un bambino, le braccia alzate verso la palla che aveva lanciato, e dinanzi al bambino una fanciulla, lei pure con le mani alzate, per prendere la palla, che non sarebbe scesa mai. Queste cinque chiazze di vernice restavano, l’uomo, la donna, i bimbi, la palla restavano. Il resto non era che un sottile strato di sostanze carbonizzate. Fino a quel giorno, come la casa aveva continuato bene a camminare! Con quanto scrupolo aveva continuato a chiedere: “Chi è? Qual è la parola d’ordine?” e poiché non otteneva risposta da volpi solitarie e gatti miagolanti, aveva chiuso le finestre, abbassato le cortine, con la cura di una vecchia zitella, la cui ansia di autoprotezione sfiori la paranoia. Fremeva ad ogni suono, la casa; se un passero sfiorava una finestra, le imposte si chiudevano di scatto. L’uccello, atterrito, volava via. No, nemmeno un uccellino doveva toccare la casa! La casa era un altare con diecimila serventi, grandi, piccini, servizievoli, solleciti, nel coro. Ma gli Dei se n’erano andati, e i riti della religione continuavano, inutili, senza senso. 

Alle dieci la casa cominciò a morire. Il vento soffiava. Il ramo di un albero precipite sfondò la finestra della cucina. Del solvente per smacchiare, imbottigliato, si sparse sulla stufa. La cucina fiammeggiò in un istante! La casa rabbrividì tutta quanta, nelle sue ossa di quercia, il nudo scheletro raggrizzandosi per il calore, i suoi legamenti metallici, i suoi nervi messi a nudo, come se un chirurgo avesse tolto via la pelle, per far rabbrividire vene ed arterie nell’aria rovente. “Aiuto! Aiuto! Il fuoco! Il fuoco!” Il calore faceva scoppiare gli specchi come i primi friabili ghiaccioli dell’inverno. E le voci gemevano “Il fuoco!Il fuoco! Fuggite! Fuggite!” come una tragica cantilena per bambini, una dozzina di voci, alte basse, voci di bambini morenti tutti soli nella profondità del bosco. E le voci si affievolivano a misura che i rivestimenti dei fili scoppiavano come castagne sul fuoco. Altre dieci voci morirono. All’ultimo istante, sotto la valanga di fuoco, altri cori, dimentichi, s’udirono annunciare l’ora, suonar delle ariette, tosare il prato mediante una falciatrice telecomandata, o aprire freneticamente un ombrello presso la soglia di casa, chiudendo e spalancando la porta, mille cose che accadevano tutte insieme, come in una bottega di orologi, dove tutti gli orologi si dessero a suonare pazzamente le ore uno dopo l’altro, scena di confusione manicomiale, e insieme unitaria: un cantare, un urlare, gli ultimi topi-automi che sciamano fuori coraggiosamente a portare via le orrende ceneri! Il fuoco fece scoppiare la casa e la lasciò crollare al suolo, soffiando ultimi sbuffi di faville e di fumo. In cucina, un istante prima della pioggia di fuoco e di travi, si sarebbe potuto vedere la stufa preparar colazioni a un ritmo psicopatico, dieci dozzine di uova, sei enorme pagnotte di tartine, venti dozzine di fette di pancetta, che divorate dal fuoco, rimisero la stufa al lavoro, tra sibili isterici! Il crollo. Il solaio che precipita in cucina e nel salotto. Il salotto in cantina, la cantina nel sottosuolo. Frigorifero, poltrona, nastri di pellicole, circuiti, letti, e tutti come scheletri gettati alla rinfusa in un gran mucchio a grande profondità. Fumo e silenzio. Un’enorme quantità di fumo. L’alba ricomparve fioca a oriente. Tra le rovine, una muraglia si levava solitaria. Entro quella muraglia, un’ultima voce diceva, ripeteva infinite volte, ancora e sempre, anche quando il sole si levò splendido sulla montagna di fumide macerie: “Oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi, 5 Agosto 2026; oggi............”

 

[da Cronache Marziane, 1950]

 

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martedì, 25 luglio 2006

“[...] Nel suo lavoro del 1946, L’esistenzialismo è un umanesimo, Sartre mette in evidenza alcuni aspetti fondamentali delle sue teorie: una delle idee forti è quella dell’abbandono. Kierkegaard sentiva la presenza di un abisso incolmabile tra l’uomo e Dio, Sartre aggiunge che, anche ammessa l’esistenza di un Dio inconoscibile e irraggiungibile, non ne consegue alcuna differenza per la condizione umana. In ultima analisi noi esistiamo in uno stato di libertà e abbandono, siamo responsabili delle nostre azioni e, poiché Sartre sostiene che non esiste un Dio creatore della natura umana, noi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Quale relazione esiste tra tutto questo e i Peanuts? Come gli esistenzialisti in un mondo di divinità silenziose e assenti, i personaggi di Schulz sono immersi in un mondo in cui l’autorità degli adulti è silenziosa e assente. In effetti, lo stile della striscia, con i piccoli attori che occupano tutta l’inquadratura, esclude la presenza degli adulti. L’autore sostiene che, se nelle strisce comparissero degli adulti, i racconti perderebbero significato. Anche se talvolta compaiono riferimenti agli adulti, quasi sempre insegnanti, queste figure rimangono sempre estranee e silenziose; i bambini dei Peanuts sono lasciati ai loro impulsi, a sperimentare e a capire il mondo nel quale si trovano immersi e devono darsi una mano l’un l’altro. [...] L’esempio ideale d’abbandono è la relazione tra Linus e il Grande Cocomero: alla festa di Halloween Linus aspetta fiducioso vicino al campo delle zucche nella speranza di essere benedetto dalla santa esperienza della visita del Grande Cocomero, che ovviamente non si mostra mai e non risponde alle sue lettere. Nonostante ciò, Linus rimane fermo nelle sue convinzioni, anzi va in giro a parlare della sua divinità assente. Esiste il Grande Cocomero? Non si può mai sapere. Ma da un punto di vista esistenzialista questo non importa, la cosa più importante è che Linus è solo e abbandonato nel suo campo di zucche. Sartre malvolentieri nega l’esistenza di Dio, invece considera “estremamente svantaggioso che Dio non esista, perché ciò fa sparire ogni possibilità di trovare valori in un paradiso conoscibile”. Senza Dio, tutto ciò che noi facciamo come umani è assurdo e senza significato, e lo sarebbe anche passare una notte intera in un campo di zucche. In assenza di qualsiasi indirizzo da parte delle famiglie, i personaggi dei Peanuts sono diventati così esperti di filosofia da stabilire da soli che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. [...] Dall’enorme libertà, che deriva dall’abbandono, scaturisce un’altra considerazione importante e drammatica. Nel nostro piccolo mondo, noi siamo ciò che facciamo e siamo responsabili delle nostre azioni, quindi siamo responsabili della nostra stessa creazione. Ciò che siamo è la somma di tutto ciò che abbiamo fatto, niente di meno e niente di più. Ma perché questo provoca disperazione? Per rispondere a questa domanda Sartre esamina le caratteristiche della codardia e del coraggio. [...]  L’esistenzialista afferma che il vigliacco rende se stesso vigliacco e l’eroe rende se stesso eroe e che c’è sempre la possibilità per il vigliacco di superare la codardia e per l’eroe di non esserlo più. E’ proprio questa possibilità la causa della disperazione. Perché Charlie Brown si strugge per la ragazzina dai capelli rossi? La possibilità reale di trovare la forza per parlarle è molto più penosa della sua stessa incapacità ed egli deve prendere atto del proprio fallimento. [...] Per reagire contro la malinconia, Charlie Brown si abbandona alla malafede, mettendo in dubbio la propria libertà: “Mi chiedo che cosa succederebbe se io andassi là e tentassi di parlarle! Tutti riderebbero…anche lei sarebbe insultata…”. Solo rinnegando la sua libertà può resistere alla disperazione. Ma nascondendosi dietro la propria malafede non fa un favore a se stesso: trascorre un’altra pausa pranzo da solo, su una panchina, con il solito panino al burro d’arachidi. [...] L'esistenzialismo è stato accusato d’essere disfattista e depressivo, e Sartre ha confermato questa posizione con l’uso di termini come “abbandono”, “disperazione” e “nausea”, ma i Peanuts presentano anche l’aspetto ottimistico della filosofia. Perché Charlie Brown continua a giocare a baseball, nonostante cinquanta anni di lanci perdenti? Perché tentare ancora un tiro, quando Lucy gli ha sempre soffiato la palla all’ultimo secondo? Perché c’è sempre una cesura tra passato e presente: senza tener conto di ciò che è già successo, c’è sempre la possibilità di cambiare. La libertà è un’arma a doppio taglio: noi esistiamo e siamo responsabili. Questo è insieme liberatorio e terrificante. Schulz potrebbe essere considerato membro del gruppo d’autori attivi nel periodo della seconda guerra mondiale, come Joseph Heller, Kurt Vonnegut e lo stesso Sartre. [...] I semplici disegni di Schulz e i suoi dialoghi contengono tante considerazioni sulla condizione umana quante interi scaffali di libri.”

Nathan Radke - saggio apparso su Philosophy now. A magazine of ideas – n.44

Traduzione di Vera Nicola

versione integrale su http://www.diogene.cc/articolo/articolo.php?num_articolo=18

 

 

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domenica, 23 luglio 2006

Del secondo pezzo [“Hunati” di Edmond Hamilton (1969) - (*)]  provo a fare una sintesi ‘a memoria’:

L’uomo vede una figura a distanza nella pianura (siamo in una zona di Sumatra, ancora largamente inesplorata); è un indigeno, e sembra immobile; ma avvicinandosi di più si accorge che, anche se lentissimamente, si muove. Il piede che prima era sollevato ora ha toccato terra, le palpebre si chiudono e si aprono, ad un ritmo estremamente lento, quasi impercettibile. L’uomo è incuriosito, vorrebbe capire e saperne di più, ma i portatori sono impauriti e lo convincono a non toccarlo.

- E’ hunati – dicono – Quest’uomo è hunati, non toccarlo! …anche gli animali si tengono a distanza –

Sebbene a malincuore, l’uomo dà loro ascolto.

E’ l’inviato di una grossa società di import-export di legnami e si trova in Indonesia a rilevare un altro agente della Compagnia, che ha spedito rapporti sempre più radi, fino a cessare ogni trasmissione. Lui ha il compito di capire cosa è successo e se possono esserci problemi che pregiudichino la regolarità delle forniture.

 

La storia è lunga e articolata; l’uomo arriva nella località che gli è stata indicata e trova l’altro agente vago e reticente, dall’aspetto emaciato e febbrile, stranamente reattivo sulla possibilità di continuare a tagliare gli alberi. Sembra in preda ad una ossessione sconosciuta. Ha una sorella con sé, che lo accudisce, ma anche lei è disperata e allo stremo. Insieme, il nuovo arrivato e la sorella, assistono ad una delle crisi dell’uomo che sotto l’evidente influsso di una droga, assume uno sguardo fisso e lo stesso aspetto dell’indigeno incontrato nella pianura: quasi immobile, i movimenti lentissimi, i battiti cardiaci appena percettibili, tutte le funzioni vitali estremamente rallentate.

 

Condenso il più possibile.

La droga è stata sviluppata da una cultura animistica molto antica; chi la assume acquisisce un rallentamento tale delle funzioni vitali che permette di entrare in comunione con ‘i Giganti della Terra’, alberi antichissimi depositari di una coscienza sovra-umana e per ciò stesso sovranamente indifferente agli uomini.

 

In un passo successivo del racconto il protagonista è lui stesso sotto gli effetti della droga, che gli è stata iniettata per renderlo inoffensivo. Partecipa ad una cerimonia in una radura e ai suoi occhi rallentati gli eventi comuni assumono un ritmo del tutto diverso: i giorni e le notti si susseguono velocemente, gli altri umani appaiono come marionette che si muovono a velocità folle. Il tempo è quello degli alberi e la loro voce, i loro movimenti, assumono ora un significato comprensibile e solenne. 

 

E’ un racconto molto suggestivo che apre una quantità di speculazioni, abbastanza realistiche, Che entità (intelligenze?) diverse e tra loro non interferenti possano convivere senza  consapevolezza reciproca. Senza andare troppo lontano, non é lo stesso mondo sconosciuto dei batteri e dei virus con cui l’uomo ha convissuto per secoli senza averne coscienza, prima che gli scienziati lo svelassero? E siamo nel mondo dell’infinitamente piccolo e veloce; ma non troppo distanti, sotto l’aspetto concettuale, dall’infinitamente grande e lento: gli alberi, la terra (Gea), i pianeti . Allora per incontrarsi non è necessario solo condividere lo stesso spazio-tempo, ma anche che le velocità (delle vite, dei pensieri, del life-span) siano sincronizzate.

 

Un mondo caratterizzato dalla velocità [R. Bradbury: Il Gelo e la Fiamma], un altro dalla lentezza [E. Hamilton: Hunati]; in mezzo, sempre ad immaginare, creare e distruggere, l’uomo travolto dal destino e dal tempo, da insidie interne o esterne; da piccoli dolori e da uno Tsunami.

 

(*)      Edmond Hamilton – Hunati (1969). -  In: Elwood R., Moskowitz S. (Eds.) Alien earth and other stories (Anthology) - Urania (rivista di Fs - Periodici  Mondadori); Febbr. 1976

[Proposto by Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte seconda) – (Continua)]

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mercoledì, 19 luglio 2006

Mi hanno sempre affascinato le storie sul Tempo, fin dalle prime letture adolescenziali di ‘Urania’ collana di fantascienza della Mondadori […e qui sorge un primo problema: ero io a scegliere le letture o le letture a scegliere me?]. I primi numeri, ricordo - costavano 140 lire, poi arrivarono a 300 lire… e la collana fu curata per un lungo periodo (dagli anni ’60 agli ’80) da “Fruttero & Lucentini”, premiata ditta, destinata a ben più luminosi traguardi…

Allora il Tempo era un mondo inesplorato. Lo è ancora, ma allora tutti i mondi erano inesplorati e non facevo tanta differenza tra il possibile, il reale e il fantastico… Una storia che mi impressionò [Rischio calcolato, di C. E. Maine] aveva  in copertina (le famose copertine di Karel Thole!) il volto incartapecorito di una vecchia e la storia narrava di una coppia di giovani amanti di una Terra futura dove la vita era diventata invivibile, in cui lui, uno scienziato, programma un ritorno ad un tempo passato, per se stesso e la sua amata. Entrano separatamente nella ‘macchina del tempo’: appuntamento a Londra, Piccadilly Circus in un preciso anno e giorno del ventesimo secolo. Solo che per qualche sfasamento (che ora non ricordo), quando arriva lui, giovane e pimpante, lei è vecchia decrepita..! Brividi di orrore e (primi) palpiti di nostalgia!

 

Ma quante storie del tempo ci ha raccontato la fantascienza e, dopo, anche il cinema.

Tra le prime voglio accennare almeno a due, di segno diverso: accelerazione e rallentamento. Sono due perle, di cui riporto solo qualche pagina...

 

Il gelo e la fiamma [Ray Bradbury]

Durante la notte, Sim venne al mondo. Giacque frignando sopra le pietre fredde della caverna. Il sangue gli scorreva nelle vene a mille pulsazioni al minuto. Sim crebbe, a ritmo continuo.

Nella sua bocca, la madre andava inserendo cibo con mani febbrili. L'incubo di esistere era incomin­ciato. Quasi nell'istante stesso della nascita, i suoi occhi divennero vigili; poi, senza una chiara cogni­zione del perché, si riempirono di un vivo, persi­stente terrore. Si senti ingozzare di cibo fino alla nausea, vagì. Girò intorno lo sguardo, sforzandosi di vedere.

C'era una densa nebbia, che a poco a poco si schia­riva. Apparvero i contorni della caverna. E un uomo si delineò all'improvviso, folle, feroce, terribile. Un uomo con una faccia da moribondo: vecchia, dis­seccata dai venti, cotta come mattone a contatto del calore. L'uomo era accoccolato nell'angolo più lontano della caverna, con gli occhi voltati da un lato che mostravano il bianco, e ascoltava il vento ululare all'esterno, sopra il ghiacciato pianeta not­turno.

La madre di Sim, scossa di quando in quando da un brivido, gli occhi fissi sull'uomo, imboccava Sim con bacche selvatiche, erbe della valle e capezzoli di ghiaccio staccati dagli ingressi della caverna; e mangiando, eliminando, tornando a mangiare, il piccolo cresceva, cresceva.

L'uomo nell'angolo della grotta era suo padre! Nel volto, gli occhi erano la sola cosa rimasta viva. Reggeva un rudimentale pugnale di pietra nelle mani avvizzite e la mandibola gli pendeva cascante e inerte.

Poi, mentre il suo campo visivo si allargava, Sim vide i vecchi che sedevano nel tunnel, al di là di quella zona di abitazione. E, mentre lui li osservava, quelli a uno a uno morivano.

La loro agonia riempiva la caverna. Si fondevano come immagini di cera, le loro carni si affloscia­vano sopra le ossa aguzze, i loro denti sporgevano. L'attimo prima quelle facce erano mature, ancora relativamente lisce, vitali, elettriche. L'istante dopo si verificava un essiccarsi, un incenerirsi della carne.

Sim si dibatté tra le braccia della madre. Lei lo teneva stretto. "No, no," lo blandiva, sottovoce, con ansia, l'occhio attento a vedere se questo avrebbe indotto il marito ad alzarsi di nuovo.

Con uno smorzato, rapido stropiccio di piedi nudi, il padre di Sim attraversò di corsa la grotta. La madre di Sim urlò. Sim si senti strappare dalla stretta di lei. Cadde sopra le pietre, rotolando, stril­lando con i suoi polmoni umidi e nuovi!

Il volto rugoso del padre apparve sopra di lui, il coltello balenò sospeso. Tutto come in uno degli incubi prenatali che egli aveva vissuto tante e tante volte, mentre era ancora nel grembo materno. Nei pochi fiammeggianti, impossibili istanti che segui­rono, le domande lampeggiarono nel suo cervello.

Il coltello stava alto, sospeso, pronto a distruggerlo. Ma l'intero problema del vivere in quella caverna, dei morenti, del rapido avvizzirsi e della follia, tu­multuò nella testa piccola e nuova di Sim. Com'era che lui capiva? Lui, un neonato? Può un neonato pensare, vedere, capire, interpretare? No. Era sba­gliato! Era impossibile. Eppure, accadeva! Accadeva a lui! Era vivo da un'ora, ormai. E forse tra un istante sarebbe stato già morto!

Sua madre si scagliò contro il dorso del marito, percuotendolo per far cadere l'arma. Sim venne tra­volto dal tremendo risucchio delle loro due menti in conflitto. "Lascia che lo uccida!" urlava il padre, singhiozzante, col respiro rauco. "Che scopo avrebbe di vivere?"

"No, no!" insisteva la madre, e il suo corpo, fragile e vecchio com'era, si stendeva attraverso quello gros­so del padre, tentando di strappargli l'arma. "Deve vivere! Potrebbe esserci un avvenire per lui! Potrebbe vivere più a lungo di noi, e restare giovane!"

Il padre ricadde all'indietro, contro una culla di pietra. Abbandonato al suolo, con gli occhietti fissi e luccicanti, Sim intravide un'altra figura dentro quella culla di sassi. Una bambina, che alimentava tranquillamente se stessa movendo le manine deli­cate per procurarsi il cibo. Sua sorella.

La madre strappò l'arma dalle dita del marito, e gli si erse contro, piangendo e ricacciando indietro la nuvola di capelli grigi e irti. La bocca le tremava, aveva scatti inconsulti. "Ti ucciderò!" disse, ince­nerendo il marito con lo sguardo. "Lascia stare i miei bambini."

Il vecchio sputò, con fare stanco e amareggiato, poi guardò con occhio spento la bambina, nel suo let­tuccio di pietra. "Un ottavo della sua vita è già tra­scorso," ansimò. E lei non lo sa. A che serve, al­lora?"

Sim guardava la madre: gli sembrava che perfino lei stesse cambiando, e assumendo forme tormentate, come fa il fumo. La faccia magra e ossuta si incre­spava in una miriade di rughe. Tremava di soffe­renza, ma restava seduta accanto a lui, rabbrivi­dendo e stringendosi il coltello al petto raggrinzito. Anche lei come i vecchi nel tunnel, stava invec­chiando, morendo.

Il pianto di Sim si era fatto sostenuto. Dovunque egli guardasse non vedeva che orrore. Una mente voleva mettersi in contatto con la sua. Istintiva­mente, guardò verso la culla di pietra. La sorellina, Dark, ricambiò il suo sguardo. Le loro menti si sfiorarono come dita tese. Sim si rilassò un pochino. Cominciava a imparare.

Il padre sospirò, abbassò le palpebre sopra gli occhi verdi. "Dai da mangiare al bambino," disse, esausto. "Sbrigati, donna. E' quasi l'alba, ed è il nostro ultimo giorno di vita. Nutrilo. Fallo crescere."

Sim si chetò, e immagini, affiorando dal terrore, presero a fluttuare verso di lui.

Quello era un pianeta vicino al sole. Le notti ar­devano di gelo, i giorni erano come torce infuocate. Era un mondo violento, impossibile. La gente vi­veva tra le rocce per sottrarsi all'incredibile gelo e alle giornate di fuoco. Soltanto all'alba e al tramonto l'aria era dolce e respirabile, satura di profumi, e allora la gente della caverna portava i piccoli all'a­perto, nella vallata sterile e pietrosa. All'alba il ghiaccio si fondeva in fiumi e ruscelli, al tramonto il fuoco quotidiano si spegneva e si raffreddava. Negli intervalli di temperatura mite, gradevole, la gente viveva, correva, giocava, amava, libera dalle caverne, tutta la vita del pianeta balzava, prorom­peva. All'istante la vegetazione cresceva, gli uccelli si scagliavano come proiettili attraverso il cielo. Tutta la vita animale composta di fauna e di insetti scor­reva frenetica attraverso le rocce; ogni cosa cercava di compiere la propria esistenza entro quella breve ora di tregua.

Era un pianeta insopportabile. Sim già lo capiva, a poche ore soltanto dalla nascita. La memoria della razza sbocciava in lui. Avrebbe vissuto la sua intera vita nelle grotte, con due ore al giorno da passare all'aperto. Li, dentro quei rocciosi canali d'aria, avrebbe parlato, parlato incessantemente con i suoi simili, non dormendo mai, pensando, pensando e restandosene disteso, a sognare; ma senza mai chiu­dere occhio.

E avrebbe vissuto esattamente otto giorni.

 

La violenza di quel pensiero! Otto giorni. Otto brevi giorni. Era assurdo, impossibile, ma era cosi. Per­fino mentre si trovava ancora nel grembo materno, una razziale comprensione di chissà quale voce mi­steriosa e lontana gli aveva fatto capire che stava rapidamente formandosi, assumendo contorni pre­cisi, venendo velocemente alla luce.

Il parto era come un guizzo di lama. L'infanzia trascorreva in un baleno. L'adolescenza durava quan­to un lampo diffuso. La virilità era un sogno, la maturità un mito, la vecchiaia un'inevitabile, breve realtà, la morte una rapida certezza.

In capo a otto giorni si sarebbe ritrovato mezzo cieco, avvizzito, morente, come si ritrovava ora suo padre, a fissare inutilmente la propria moglie e i propri figli.

Quella giornata era l'ottava parte della sua vita totale! Doveva assaporarne ogni istante. Doveva fru­gare nel pensiero dei genitori per apprendere.

Perché entro poche ore loro sarebbero morti.

Era tutto cosi assurdamente ingiusto. Tutta li era la vita? Durante lo stato prenatale non aveva egli sognato di lunghe esistenze, di vallate non di sterile roccia, ma verdi di fogliame e a clima temperato? Si! E se le aveva sognate doveva dunque esserci una verità in quelle visioni. Come poteva cercare e trovare la lunga vita? Dove? E come poteva portare a compimento una missione vitale cosi enorme, e cosi scoraggiante, in otto brevi, evanescenti giorni?

In che modo la sua gente si era ridotta in simili condizioni?

……….

[Estratto (parziale) da Ray Bradbury: “ll gelo e la fiamma”  (The Creatures That Time Forgot - 1946)]

[Proposto by Sandro. Cambiamenti 17. Il tempo (parte prima)]

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sabato, 15 luglio 2006

Tecniche di Diversione

 

Non saprei neanch’io come definire il tema: l’idea di base è ottenere un risultato utilizzando una via obliqua, deviata, rispetto allo scopo; una sorta di dissimulazione, per certi aspetti, del proprio obbiettivo.
Mi rendo conto di non essere stato molto chiaro, ma la materia è per definizione sfuggente.

 

La parabola zen, sull’addestramento all’uso della spada (Cfr. in precedenza, su questo stesso Blog), è un buon esempio del fatto che puntare diritti alla meta può essere svantaggioso:

Ma possiamo cercare altri esempi, diversi l’uno dall’altro, con qualcosa che li accomuna.

Gli stereogrammi, per esempio:

www.segnalidivita.com/stereogrammi/index.htm 

www.sfonditalia.it/stereogrammi.htm -

www.rivelazioni.com/stereogrammi/

Sono immagini elaborate al computer, piuttosto complicate, di uno stesso motivo grafico ripetuto innumerevoli volte che guardate in un certo modo, permettono di avere una visione a tre dimensioni di figure che non vi si possono scorgere osservando nel modo convenzionale.

Bisogna osservarle a lungo – dicono le istruzioni – guardare e non guardare, ovvero mettere a fuoco un punto al di qua o al di là dell’immagine; avvicinarla, allontanarla.. perdersi in essa.

All’improvviso accade. In un modo così netto che qualche volta strappa un grido di sorpresa: si vede un’immagine del tutto diversa, in una scena dotata di profondità di campo. Il disegno non differisce dallo sfondo, il colore è lo stesso; ciononostante quando si riesce a vederle, le forme proprio balzano addosso e non è possibile equivocare sulla loro tridimensionalità.

Ho visto gente irritarsi, provare e riprovare con immagini diverse, senza riuscire a vedere niente; alcuni infatti non ci riescono mai; altri lo trovano di una facilità irrisoria.

 

Chi non ha mai sentito dire, o provato personalmente, il sistema di contare le pecore per addormentarsi?  In questo caso l’obbiettivo è far arrivare il sonno, ma non bisogna confessarlo neanche a se stessi, perché perseguire lo scopo troppo direttamente è il modo migliore per passare la notte a occhi aperti; bisogna invece deviare la mente su immagini neutre (le pecore, per l’appunto).

Allo stesso modo può funzionare la concentrazione sul respiro per ‘svuotare la mente’, durante le tecniche di meditazione. Ovviamente la comando diretto: - Svuotati! – la mente non obbedisce.

Potrei continuare a lungo: la ripetitività di un esercizio nell’addestramento alla musica, per acquisire l’automatismo dell’esecuzione; il tempo, che sembra non passare mai quando siamo concentrati sul movimento delle lancette dell’orologio.

Allo stesso modo si comporta il dolore: il sistema per dimenticarlo è sommergerlo di altri stimoli, ma se riesce a guadagnare la nostra attenzione è finita: si espande e ci invade. Infatti molti dolori vengono fuori la notte, quando rimangono i soli padroni del campo, in assenza di afferenze diverse.

E la fatica di scrivere? Quasi impossibile da sostenere, fino a quando non si fa chiaro tra le cose che si vogliono dire; solo allora la lettera, un racconto, perfino un romanzo “…si scrivono da soli”. E’ Natalia Ginzburg a dirlo: “…il pensiero, quando fatica, non diventa più grande ma più piccolo. Diventa piccolo come un insetto. Il suo sforzo è quello d’una formica che lavora al suo formicaio…  Un lungo racconto, ad un certo punto si sgomitola tutto da solo; quasi si scrive da sé…” (Dalla Prefazione a: Cinque romanzi brevi  e altri racconti – Tascabili Einaudi).

E sullo stesso registro Nietzsche (‘La Gaia Scienza’): “… Da quando fui stanco di cercare, imparai a trovare. Da quando un vento si levò a me contrario, veleggio con tutti i venti..”

Vogliamo parlare di quanto tempo e ansia ci prende la programmazione del nostro futuro? Ma quanto di esso realmente scegliamo o non ci si impone, invece, indipendentemente dalle nostre scelte, per un incontro fortuito, un evento imprevisto e imprevedibile che ci cambia la vita?

Anche in questo caso, non sarà forse più saggio lasciarsi prendere dal flusso degli eventi, senza contrastarli, vivendo intensamente gli eventi man mano che accadono? 

 

“L’uomo è un essere pensante, ma le sue grandi opere vengono compiute quando non calcola e non pensa. Bisogna ridiventare ‘come bambini’ attraverso lunghi anni di esercizio nell’arte di dimenticare se stessi. Quando questo è raggiunto, l’uomo pensa eppure non pensa; pensa come la pioggia che cade dal cielo, come le onde che corrono sul mare. Infatti è lui stesso la pioggia e il mare

                                         [Daisetz T. Suzuki]

                                                                                                               

 [Proposto by Sandro – Cambiamenti 16.

Tecniche di diversione (continua)]              

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venerdì, 14 luglio 2006

Una storia zen

 

“… Un giovane si era messo in viaggio per raggiungere un maestro zen esperto nell’arte del maneggio della spada. Giunto alla sua presenza, gli chiese con il dovuto rispetto di accettarlo come allievo, dicendosi prontissimo a lavorare duramente allo scopo di ridurre il periodo di addestramento.

Verso la fine del colloquio, chiese quanto tempo gli sarebbe occorso per imparare a servirsi dell’arma e il Maestro rispose che sarebbero stati necessari almeno dieci anni. Deluso, il giovane si offerse di addestrarsi diligentemente notte e giorno e poi domandò in che misura questo lavoro straordinario avrebbe influito sul tempo necessario.

-        In tal caso – rispose gravemente il Maestro – ci vorranno trent’anni –

Sempre più preoccupato il giovane propose di dedicare tutte le proprie energie, ogni istante della sua vita, allo studio della spada.

-        Allora ci vorranno settant’anni -  replicò il Maestro.

Il giovane restò senza parole, ma accettò di mettere la propria esistenza a disposizione del Maestro.

Durante i primi tre anni non vide neppure una spada, ma fu messo a pilare il riso e a praticare la meditazione zen. Poi un giorno il Maestro gli strisciò alle spalle e gli diede una violenta pacca con una spada di legno.

E da allora non passò un giorno senza che, ogniqualvolta egli volgeva le spalle, il Maestro non lo aggredisse. Di conseguenza i sensi del giovane un po’ alla volta si acuirono, finché egli fu perennemente in guardia, istintivamente pronto a scansare la botta. Quando il Maestro si avvide che l’allievo era in grado di reagire automaticamente a tutto quanto avveniva nell’ambiente circostante e che il giovane era indifferente a pensieri e desideri senza importanza, ebbe finalmente inizio l’addestramento…”

 

(Da Thomas Hoover: “Zen Culture”; 1977 – 1° edizione Oscar  Mondadori 1981)

 

                                                 [Proposto by Sandro]

 

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martedì, 11 luglio 2006

Cambiare è
- crescere in un significato nuovo di esistenza
- migliorare la propria personalità
- uscire dai circoli viziosi e dalle stanze chiuse
- stare meglio con sé stessi e nella propria esistenza
Bisognerebbe guardarsi intorno e capire che i movie-gender sono opportuni e necessari ad un maggiore pluralismo cinematografico. Solamente in questo modo l’Italia dei film potrà riossigenarsi,solo così, potrà riaccendere nel pubblico quel desiderio smarrito di vedere un film italiano diverso dal solito. 

Da un'intervista al regista Olivier Assayas:

Nei suoi film spesso sono protagonisti adolescenti e bambini, cari anche al cinema di Francois Truffaut. Cosa crede di aver ereditato dalla Nouvelle Vague?

"Nella vita si può cambiare per amore, l'amore verso il cinema!"
Credo di aver ereditato la libertà. Hanno creato uno spazio di libertà, non solo per i registi francesi, non solo per gli autori della mia generazione. Hanno creato l'idea che un regista può essere un artista, un autore nel senso più autonomo della parola. Per questo non credo di avere dei temi comuni proprio perché la lezione di questi grandi registi è stata quella di essere se stessi e non copiare quello che hanno già fatto altri.

SimOne ( http://simulescion.blogspot.com/ )

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martedì, 11 luglio 2006

 Cicli

       Don’t ask me why

     The time has passed us by…

 

[Da: First of May - The Bee Gees]

 

Di nuovo viene il tempo che la stradina è disseminata di specchi azzurri che riflettono il cielo. E’ piovuto molto nei giorni scorsi e la campagna è satura d’acqua.

Di nuovo le viti sono state spogliate dei grappoli, anche se le foglie sono ancora verdi e lo rimarranno fino ai primi freddi. Sui bordi delle strade sono di nuovo fiorite le margherite gialle, quelle alte come i girasoli, ma dal fiore molto più piccolo; la gente si stupisce sempre quando sa che i tuberi si mangiano: si chiamano topinambur (Helianthum tuberosum): si cucinano come le patate e hanno il sapore dei carciofi.

D’altra parte sono quasi gli unici fiori di questa stagione; forse solo per questo si notano. E’ ancora presto invece per le dalie giganti (Dhalia maxonii), che fioriscono a novembre con bei petali rosa-ciclamino contro il cielo azzurro (…l’azzurro del cielo è fondamentale!)

Torna, a scadenze inesorabili, il tempo della raccolta dei kiwi. Da molto tempo è diventata questa per me la fine dell’anno, e con essa il tempo dei bilanci e dei nuovi proponimenti. 

 

Puntuali come le crisi Sheldon arrivano anche i cambiamenti attraverso i quali le nostre vite di snodano, come i rami di un albero. Il vortice vince resistenze e disappunti; freni a mano tirati e ancoraggi multipli. Alcuni vengono strappati a forza dagli alberi cui si erano aggrappati e lasciano sulla sabbia i segni delle unghie, mentre vengono trascinati via.

Gli interessi e le persone cambiano; coppie si disfano, altre si ricombinano; le fortune del lavoro vanno e vengono.

Come per altre avventure umane sembra che conti l’intensità con cui ogni cosa si vive, al momento del suo maggior interesse: puntare sulla durata e diluire l’intensità nel tempo, non sembra funzionare allo stesso modo.

La ciclicità permea le vite degli esseri viventi e l’universo stesso: hanno cicli la natura, le civiltà, i pianeti, i sistemi solari e le galassie.

Nel piccolo delle nostre vite ogni momento ha il suo periodo luminoso: poi la luce si attenua e si spegne. Come al cinema e allo schermo dei computer, così gli amori e le vite di ciascuno.

 

Forse non siamo abbastanza attenti al momento che viviamo; alle persone e alle situazioni mentre stanno accadendo. Preparare tutto per un futuro che è largamente un’ipotesi, è vizio comune, capace di distoglierci dal presente e dalla pienezza dell’istante.

Così indipendente da noi le cose passano e si trasformano; né è possibile richiamarle indietro.

 

A volte la scarsa aderenza al flusso degli eventi dipende dal nostro atteggiamento: dare attenzione e disponibilità parziale; essere sempre pronti a fuggire e a tirarsi indietro; informarsi e parlare, ma senza una reale partecipazione. Alla fine torna indietro quel che si è investito; a volte neanche quello; quasi mai di più.

Ora, se anche con entusiasmo e impegno al massimo, contrastare quel che accade è largamente al di fuori delle nostre possibilità, figuriamoci al minimo.

Ma spesso il problema consiste solo nel capire il momento del ciclo che stiamo vivendo: solo i più bravi sono capaci di entrare e uscire dal gioco al momento giusto.

 

Continuità

 

Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l'apparenza non deve ingannare, né l'ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio - vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo - le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano
.

                                                       
[Walt Whitman] 

                                                             

[By Sandro (ottobre 2005) - Cambiamenti 14. Cicli (continua)]

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