Bisognerebbe studiarli meglio, i vecchi… le loro ossessioni e la loro resa progressiva. Il loro ritrarsi dal nuovo che non possono comprendere, né di conseguenza accettare; i loro patetici tentativi di sembrare svegli e attenti, mentre vorrebbero solo dormire ed essere lasciati in pace. Il loro ambiguo rapporto con le cose, che non riescono a lasciare da parte, senza peraltro esserne soddisfatti…
I vecchi. Hanno vissuto il fallimento dei simboli del benessere post-bellico: le macchine da cucire (le eterne Singer ‘punti perfetti’), le batterie da cucina da cento-otto elementi con fondo rinforzato (..ma che problema trovare il posto per la zuppiera di metallo con i manici sporgenti!); i ‘servizi’ di bicchieri e posate (..da trentasei!). Beni fatti per durare una vita. Ah.. Sono durati tanto, davvero; ma hanno fallito la motivazione più importante per cui erano stati acquistati: quella di rassicurare i loro proprietari sull’eternità; ancorarli più strettamente alla vita. E alla fine, improvvisamente quasi, non sono serviti più a niente.
I vecchi. Là, fuori dalle rassicuranti pareti di casa e anche dentro la televisione, ci sono cose e segni di cui non capiscono più la funzione né il significato; si muovono tra immagini e suoni che non riconoscono… Come bambini che si sono perduti in un bosco. A loro modo commoventi… I vecchi. Nei loro confronti il mondo è esitante: tra la protezione e l’irritazione. Fondamentalmente non gliene importa niente, come di dinosauri lasciati indietro dall’evoluzione.
Le esperienze degli altri, dei vecchi in particolare, interessano poco. I loro racconti trasmettono notizie da un mondo che non esiste più.
Nella scena classica, il nonno che racconta al bambino - …uscite dall’agiografia da scuola elementare e ripensate alla vostra vita - quest’ultimo è annoiato e insofferente; sbuffa e vorrebbe andare a giocare con gli amici. C’è che dei racconti dei vecchi (di tutti i racconti, si può dire) passano i fatti, più che le emozioni. Queste ultime le mette l’ascoltatore. E l’esperienza del bambino è limitata davvero; le emozioni da associare scarse.
Poi la vita ci fornisce emozioni in abbondanza; è allora che vorremmo ancora sentire i racconti delle persone anziane, dei nostri nonni. Ma allora è tardi: i protagonisti delle storie omesse sono scomparsi per sempre e le storie con loro…
Si può imparare qualcosa, dai vecchi, che serva a noi per quando lo diventeremo?
I bambini hanno regole e bisogni che gli adulti poi dimenticano. Il processo della crescita è lento e doloroso; tranne alcuni snodi cruciali, neanche si ricordano tutti i tasselli che sono serviti per fare di una persona quella che è.
I vecchi sono ancora diversi: hanno priorità che spesso non riusciamo a capire; fissano la loro attenzione su particolari per lo più a noi incomprensibili; hanno un modo di richiedere attenzione che non sempre è chiara, ad una interazione superficiale. Molte ricchezze, pensieri, storie che potrebbero lasciare in eredità, a loro semplicemente non interessano più; sono diventate irrilevanti ai loro occhi. E neanche possiamo dire di conoscere i vecchi che saremo. La fisiologia sovrasta la psicologia; i cambiamenti indotti dal tempo la volontà stessa.
L’ asserzione, razionale a prima vista, che Bambini Adolescenti Adulti Vecchi siano diverse fasi di evoluzione dello stesso soggetto, non categorie a sé stanti, non sta in piedi. Sono a tutti gli effetti specie diverse invece, e le similarità di facciata (..la continuità dei tratti fisici, ricordi, parenti comuni, documenti, carte d’identità e attestati vari) convincono tutti, tranne il soggetto stesso, che si tratti della stessa persona..
Ma di questo ci si rende conto molto più tardi; in alcune epifanie della nostra vita. A volte in quel tempo strano, come sospeso, che precede e segue un cambiamento.
Perché sono i tempi e i luoghi di confine quelli più fertili, per quanto dolorosi.
Quelli in cui si ritrovano le analogie e le continuità.
Le distanze e le discendenze.
Le ragioni e le emozioni.
[By Sandro - Cambiamenti 7. I vecchi. (continua)]
Les vieux [Jacques Brel]
Les vieux ne parlent plus ou alors seulement parfois du bout des yeux
Même riches ils sont pauvres, ils n'ont plus d'illusions et n'ont qu'un cœur pour deux
Chez eux ça sent le thym, le propre, la lavande et le verbe d'antan
Que l'on vive à Paris on vit tous en province quand on vit trop longtemps
Est-ce d'avoir trop ri que leur voix se lézarde quand ils parlent d'hier
Et d'avoir trop pleuré que des larmes encore leur perlent aux paupières
Et s'ils tremblent un peu est-ce de voir vieillir la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, qui dit: je vous attends
Les vieux ne rêvent plus, leurs livres s'ensommeillent, leurs pianos sont fermés
Le petit chat est mort, le muscat du dimanche ne les fait plus chanter
Les vieux ne bougent plus leurs gestes ont trop de rides leur monde est trop petit
Du lit à la fenêtre, puis du lit au fauteuil et puis du lit au lit
Et s'ils sortent encore bras dessus bras dessous tout habillés de raide
C'est pour suivre au soleil l'enterrement d'un plus vieux, l'enterrement d'une plus laide
Et le temps d'un sanglot, oublier toute une heure la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, et puis qui les attend
Les vieux ne meurent pas, ils s'endorment un jour et dorment trop longtemps
Ils se tiennent par la main, ils ont peur de se perdre et se perdent pourtant
Et l'autre reste là, le meilleur ou le pire, le doux ou le sévère
Cela n'importe pas, celui des deux qui reste se retrouve en enfer
Vous le verrez peut-être, vous la verrez parfois en pluie et en chagrin
Traverser le présent en s'excusant déjà de n'être pas plus loin
Et fuir devant vous une dernière fois la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, qui leur dit : je t'attends
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non et puis qui nous attend
[Paroles et Musique: J. Brel/G. Jouannest 1964]
I vecchi non parlano più / oppure solo a volte dal fondo degli occhi
Anche ricchi, sono poveri / non hanno più illusioni / hanno un solo cuore per due
Da loro c’è odore di timo, di pulito, di lavanda, di parole d’altri tempi
Anche a vivere a Parigi, si vive tutti in provincia / quando si vive troppo a lungo
Ed è per aver troppo riso / che la loro voce s’incrina, quando parlano di ieri
E’ per aver troppo pianto / che le lacrime ancora imperlano le loro palpebre
E se tremano un po’ / è per aver visto invecchiare la pendola d’argento
Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice: vi aspetto
I vecchi non sognano più / i loro libri sono chiusi, il loro pianoforte è muto
Il gatto di casa è morto / il vino della domenica non li fa più cantare
I vecchi non si muovono più, i loro gesti hanno troppe rughe / il loro mondo è troppo piccolo
Dal letto alla finestra, poi dal letto alla poltrona, poi dal letto al letto
E se escono ancora / l’uno a braccetto dell’altra, nei loro vestiti rigidi
E’ per seguire al sole il funerale di uno più vecchio, il funerale di una più brutta
Il tempo di un singhiozzo / e dimenticare per un’ora la pendola d’argento
Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice che li aspetta
I vecchi non muoiono / si addormentano un giorno e dormono troppo a lungo
Si tengono la mano / hanno paura di perdersi e tuttavia si perdono
E l’altro resta là / il migliore o il peggiore, il dolce o il severo
– questo non importa - quello dei due che resta si ritrova all’inferno
Lo vedrete forse, la vedrete qualche volta / nella pioggia e nel dolore
Attraversarvi il presente / scusandosi magari di non essere più lontano
E fuggire davanti a voi un’ultima volta / la pendola d’argento
Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice: vi aspetto
Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che poi dice che ci aspetta
[Jacques Brel – I vecchi]