mercoledì, 28 giugno 2006

Dunque, proviamo a fare un po' il punto. Un'eterogenea classe di aspiranti critici cinematografici - a lezione tutti i giovedì presso la sede romana della rivista Sentieri Selvaggi - alle prese con l'organizzazione di un'autentica rassegna cinematografica. Dopo ore di conversazioni e psicanalisi vien fuori un tema conduttore: il cambiamento. Bello, no? Già. Ma è solo il primo passo. Parte a questo punto la sfrenata ricerca dei film, perorazioni a difesa di un titolo, stroncature selvagge di altri, la spietata e inesorabile selezione. Nel frattempo il gruppo (all'incirca una quindicina, critico più critico meno..) pensa bene di dividersi in 3 gruppetti. C'è chi si occuperà delle questioni logistiche preoccupandosi, principalmente, di reperire una sede adeguata. (E possibilmente a costo zero). Qualcun'altro baderà invece al catalogo: schede, analisi, recensioni. Cose così. A tutti gli altri il compito di promuovere la faccenda. Prioritariamente online. Ed eccoci qui. Quando si va in scena? Beh...a settembre. Col fresco.

 

 

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lunedì, 26 giugno 2006

Il malessere di fronte al diverso, all’incomprensibile, a situazioni, attività, anche espressioni artistiche non inseribili nelle proprie categorie mentali, può essere così importante da determinare talvolta sintomi clinici. E’ la ‘Sindrome di Stendhal’ dallo scrittore che per primo descrisse su se stesso le emozioni e lo straniamento provati durante un viaggio in Italia (1817); la denominazione per analogia é stata applicata (1979) per descrivere i sintomi di alcuni turisti in gita a Firenze, che presentavano disorientamento, crisi di panico, confusione mentale. Da allora il termine è entrato a far parte con varie sfumature (Sindrome di Gerusalemme, di ‘Notre Dame’ o di Parigi, Sindr. del viaggiatore) delle categorie del disagio mentale.

 

E’ probabile che qualche volta, in situazioni e/o in terre particolarmente aliene, abbiamo fatto anche noi questa esperienza. E’ un disagio acuto che può prendere durante un viaggio, di fronte al cambiamento troppo drastico delle nostre coordinate mentali, specie se veniamo da situazioni di inquadramento e regolarità di vita.

 

Può capitare, all’arrivo in un paese straniero, di essere frastornati, muti, tendenzialmente di cattivo umore, con una bassa soglia di aggressività nei confronti dei locali e di chi ci sta intorno (estranei, ma anche amici).

C’entra in minima parte la stanchezza del viaggio, il cambiamento del fuso orario; ma non sono queste le determinanti maggiori.

E’ che abbiamo bisogno di riferimenti, categorie, griglie conoscitive. Anche la più svagata e fantasiosa delle persone può abbandonarsi al piacere della scoperta solo all’interno di un sistema noto e a condizione di smantellare le sovrastrutture preesistenti solo per gradi.

 

“…Qui abbiamo visto folle agitate da movimenti (apparentemente) casuali. La lingua che parlano é incomprensibile, come la nostra per loro. Gli stessi gesti per dire - Si e no, ‘Avanti e indietro’, ‘Dove? e Cosa?’ – sono diversi. Non si comprendono le forze che determinano le azioni e le reazioni, il funzionamento delle persone non meno che delle cose.

Di chi sono questi bambini dai due anni in su, che chiedono l’elemosina sul marciapiede? Cosa fanno bambine di 5 – 6 anni con un lattante in braccio addormentato come una bambola? Bambini come bambole russe: l’una che tiene per mano quella più piccola che porta in braccio la più piccola di tutte.

Chi fornisce loro l’imprinting e le cure parentali che ci hanno insegnato essere fondamentali in tutti i mammiferi e ancor più nella specie umana? Forse il bambino di  6 – 7 anni che si coccola e si bacia il  fratellino(?) addormentato in braccio? Quell’altro che sotto il sole a picco ripulisce gli occhi della sorellina (?) di pochi mesi?. Sicuramente c’è un racket delle elemosine che controlla questi bambini e li riversa sui marciapiedi frequentati dagli occidentali dal cuore tenero… Ma chi, come e quando? …”

     [By Sandro – Corrispondenza da Phnom Penh, 13.01.2004]

 

I primi giorni di malessere corrispondono ad una chiusura.

Tutti i sensi che siamo abituati ad usare come ponte con l’esterno sembrano inutili; la frustrazione é dolorosa. Allora gli pseudopodi vengono ritirati e ci si racchiude come in una palla.

Quando l’esterno é vissuto come ostile, é dentro di noi l’unica sicurezza, il solo riferimento. Le nostre proiezioni si circoscrivono in un solo punto, che é precisamente il centro di noi stessi.

Da esso cominciamo ora a irradiare nuovamente verso l’esterno. Durante i primi giorni si erano notate soprattutto le differenze; ora si cominciano ad apprezzare le similitudini, le consonanze, i motivi di interesse.

Così riprendiamo l’esplorazione, in cerchi sempre più ampi intorno al nucleo fortificato, sentito come sicuro. Ogni giorno ci si spinge più lontano; il contatto meno rigido e difeso.

Apertura, empatia e arricchimento sono in rapporto con la maggiore o minore capacità di ciascuno di entrare più rapidamente e completamente in consonanza con l’esterno.

 

“…Io credo che dipenda anche in parte dalla situazione interna al momento di affrontare il viaggio. Ci sono dei periodi della nostra vita in cui, spesso neanche ce ne accorgiamo, siamo così vulnerabili che temiamo che il minimo scostamento dal sentiero solito ci mandi gambe all'aria. E magari è solo arrivando in un paese straniero che ce ne accorgiamo.

Comunque la situazione è molto complessa. Mi ci sono interrogata spesso, ma una risposta definitiva non l'ho mai trovata. Ultima cosa: una delle esperienze per me più belle è quella del momento in cui senti che internamente stai cedendo e che il nuovo, la diversità che ti circonda sta entrando in te e tu ti lasci trasportare, cullare. Non ti opponi più, non resisti più; senti la pelle che cambia, i polmoni che si dilatano, gli occhi che vedono altre cose …”

          [Roma 22. 01. 2004:  By Lorenza - dalla corrispondenza intercorsa su questo tema]

 

Ma sono i due momenti che ho cercato di descrivere, della contrazione e dell’espansione, quelli più fecondi. Una sorta di pulsazione ritmica, collegata con il ritmo vitale.

Li si ritrova anche, in relazione con l’elasticità e l’adattamento di ciascuno, nella vita di tutti i giorni. Una funzione che non è bene lasciare inerte e inattiva per troppo tempo…

 

       [By Sandro – Cambiamenti 8. I viaggi (continua)]

 

 

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categoria:deviazioni
lunedì, 26 giugno 2006

Il quarto episodio di LE CINQUE CHIAVI DEL TERRORE (Dr Terror’s House of Horrors), discreto horror Amicus del 1965 diretto dall’ottimo Freddie Francis (Le amanti di Dracula, I racconti della tomba, Il teschio maledetto, La bambola di cera), poi direttore della fotografia per David Lynch (Elephant Man, Dune), mandato in onda in versione originale sottotitolata in italiano da FuoriOrario la notte del 25 giugno 2006, è di gran lunga il migliore dei cinque che compongono il film (quello della pianta carnivora è forse altrettanto efficace, i due sul voodoo e sul licantropo sono fiacchissimi, e quello sulla moglie vampira di Donald Sutherland spreca le buone occasioni di partenza...). E’ anche il più ‘cormaniano’ del lotto – l’ ‘accanimento’ giocoso contro la figura dei critici può ricordare l’apprendista scultore di A Bucket of Blood (Roger Corman, 1959), le cui quotazioni tra gli esperti d’arte salgono vertiginosamente quando si mette a spacciare per opere sue cadaveri di uomini ed animali ricoperti di creta (per non farsi acciuffare dalla polizia nel finale realizzerà il suo ultimo ‘capolavoro’ intrappolando sé stesso nell’argilla), o la spassosissima gara di riconoscimento dei vini più rari tra i sommelier ubriachi Vincent Price e Peter Lorre in Tales of Terror (Roger Corman, 1962).

Comunque. Il protagonista di questa parte del film di Freddie Francis è il leggendario Christopher Lee, nei panni del critico d’arte Frank Marsh. Marsh non fa altro che scrivere e parlar male del povero pittore Landor, ogni volta che questi organizza una nuova mostra. Proprio durante una visita di Marsh all’ennesima esposizione di Landor, mentre il critico è impegnato a dare dell’incompetente e dell’imbianchino all’artista, un’amica di Landor, il quale, presente alla mostra, tentava di difendere le sue opere ‘astratte’ affermando che ognuno può vederci quel che vuole all’interno di un suo quadro, chiede all’illustre critico d’arte una valutazione estetica su di un quadro di un ‘pittore promettente’. Il quadro è altrettanto ‘informale’ quanto le opere di Landor, ma Frank Marsh si lancia subito in lodi sperticate dell’autore, della sua ‘anticonvenzionalità’, della sua ‘ricerca del colore’, e della sua ‘vigorosa pennellata’. Fortuna vuole che cotanto artista sia appena giunto alla mostra. Marsh freme dall’emozione di incontrare questo genio sconosciuto, e all’improvviso si ritrova davanti una scimmietta: è stata lei a dipingere il quadro tanto apprezzato dal severissimo critico d’arte! Tra gli scherni e le risate del pubblico presente alla gustosa scenetta, Marsh batte in ritirata. Da allora non riesce più a scrivere niente, una recensione, una critica...e ogni volta che si ritrova a parlare in pubblico, ad una conferenza o ad un’inaugurazione, ecco spuntare in mezzo alla gente il pittore Landor, a ricordargli con la sola presenza (e persino con la sagoma di una scimmietta ritagliata da un foglio di carta) che una volta egli ha scambiato per un capolavoro una tela dipinta da una scimmia. Frank Marsh non ce la fa più, è esaurito ed ossessionato da questa storia, e una notte, dopo l’ennesimo incontro con Landor, il critico lo aspetta all’uscita dalla mostra, e lo investe con la propria auto. Dopo averlo messo sotto, passa con le ruote del veicolo sopra la mano destra dell’artista. Landor sopravvive, ma perde l’uso della mano: i medici sono costretti ad amputargliela. Non potendo più dipingere, il pittore non trova più uno scopo alla propria vita, e si suicida sparandosi una pistolettata in bocca.

Da questo momento, la mano mozzata dell’artista Landor perseguita il critico d’arte Frank Marsh. La prima volta si intrufola dal finestrino dell’auto di Marsh, mentre sta guidando. Frank riesce a gettarla di nuovo fuori dalla macchina. La mano non molla, e bussando alla porta di casa del critico, penetra nel suo appartamento. Frank Marsh la getta nel fuoco del caminetto, dove la mano dell’artista morto sembra bruciare. Ma presto l’arto ritorna all’attacco, seppur adesso evidentemente carbonizzato (è diventato tutto nero...). Marsh riesce ad intrappolarlo in una scatola, e la getta in un fiume da sopra un ponte. L’incubo sembra finito, Frank è tornato quello di sempre, anche se quando qualcuno gli mette una mano sulla schiena da dietro le spalle, egli non può che sussultare spaventato per un attimo. Una sera, ritornando a casa da una bevuta con gli amici al bar, passa con la sua auto proprio dal ponte da cui buttò giù la mano nel fiume: ed ecco che essa ricompare, saltando all’improvviso sul parabrezza della macchina. Frank Marsh perde il controllo del veicolo, e si va a schiantare contro un albero.

Il mattino dopo sopraggiungono i soccorsi. Due infermieri stanno caricando la barella col corpo del critico d’arte sul furgoncino dell’ambulanza. Frank Marsh è vivo, si copre il volto con le mani. Il primo infermiere chiede: “Se la caverà?” E l’altro: “Sicuramente. Ma resterà cieco per il resto della sua vita. Per un critico forse era meglio essere morto.”

                                                                                                                           

 

 

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categoria:le cinque chiavi del terrore
sabato, 24 giugno 2006

Bisognerebbe studiarli meglio, i vecchi… le loro ossessioni e la loro resa progressiva. Il loro ritrarsi dal nuovo che non possono comprendere, né di conseguenza accettare; i loro patetici tentativi di sembrare svegli e attenti, mentre vorrebbero solo dormire ed essere lasciati in pace. Il loro ambiguo rapporto con le cose, che non riescono a lasciare da parte, senza peraltro esserne soddisfatti…

I vecchi. Hanno vissuto il fallimento dei simboli del benessere post-bellico: le macchine da cucire (le eterne Singer  ‘punti perfetti’), le batterie da cucina da cento-otto elementi con fondo rinforzato (..ma che problema trovare il posto per la zuppiera di metallo con i manici sporgenti!); i ‘servizi’ di bicchieri e posate (..da trentasei!). Beni fatti per durare una vita. Ah.. Sono durati tanto, davvero; ma hanno fallito la motivazione più importante per cui erano stati acquistati: quella di rassicurare i loro proprietari sull’eternità; ancorarli più strettamente  alla vita. E alla fine, improvvisamente quasi, non sono serviti più a niente.

I vecchi. Là, fuori dalle rassicuranti pareti di casa e anche dentro la televisione, ci sono cose e segni di cui non capiscono più la funzione né il significato; si muovono tra immagini e suoni che non riconoscono… Come bambini che si sono perduti in un bosco. A loro modo commoventi… I vecchi. Nei loro confronti il mondo è esitante: tra la protezione e l’irritazione. Fondamentalmente non gliene importa niente, come di dinosauri lasciati indietro dall’evoluzione.

 

Le esperienze degli altri, dei vecchi in particolare, interessano poco. I loro racconti trasmettono notizie da un mondo che non esiste più.

Nella scena classica, il nonno che racconta al bambino - …uscite dall’agiografia da scuola elementare e ripensate alla vostra vita - quest’ultimo è annoiato e insofferente; sbuffa e vorrebbe andare a giocare con gli amici. C’è che dei racconti dei vecchi (di tutti i racconti, si può dire) passano i fatti, più che le emozioni. Queste ultime le mette l’ascoltatore. E l’esperienza del bambino è limitata davvero; le emozioni da associare scarse.

Poi la vita ci fornisce emozioni in abbondanza; è allora che vorremmo ancora sentire i racconti delle persone anziane, dei nostri nonni. Ma allora è tardi: i protagonisti delle storie omesse sono scomparsi per sempre e le storie con loro…

 

Si può imparare qualcosa, dai vecchi, che serva a noi per quando lo diventeremo?

I bambini hanno regole e bisogni che gli adulti poi dimenticano. Il processo della crescita è lento e doloroso; tranne alcuni snodi cruciali, neanche si ricordano tutti i tasselli che sono serviti per fare di una persona quella che è.

I vecchi sono ancora diversi: hanno priorità che spesso non riusciamo a capire; fissano la loro attenzione su particolari per lo più a noi incomprensibili; hanno un modo di richiedere attenzione che non sempre è chiara, ad una interazione superficiale. Molte ricchezze, pensieri, storie che potrebbero lasciare in eredità, a loro semplicemente non interessano più; sono diventate irrilevanti ai loro occhi. E neanche possiamo dire di conoscere i vecchi che saremo. La fisiologia sovrasta la psicologia; i cambiamenti indotti dal tempo la volontà stessa.

L’ asserzione, razionale a prima vista, che Bambini Adolescenti Adulti Vecchi siano diverse fasi di evoluzione dello stesso soggetto, non categorie a sé stanti, non sta in piedi. Sono a tutti gli effetti specie diverse invece, e le similarità di facciata (..la continuità dei tratti fisici, ricordi, parenti comuni, documenti, carte d’identità e attestati vari) convincono tutti, tranne il soggetto stesso, che si tratti della stessa persona..

 

Ma di questo ci si rende conto molto più tardi; in alcune epifanie della nostra vita. A volte in quel tempo strano, come sospeso, che precede e segue un cambiamento.

Perché sono i tempi e i luoghi di confine quelli più fertili, per quanto dolorosi.

Quelli in cui si ritrovano le analogie e le continuità.

Le distanze e le discendenze.

Le ragioni e le emozioni.

 

                            [By Sandro  - Cambiamenti 7. I vecchi. (continua)]

 

Les vieux [Jacques Brel]

 

Les vieux ne parlent plus ou alors seulement parfois du bout des yeux
Même riches ils sont pauvres, ils n'ont plus d'illusions et n'ont qu'un cœur pour deux
Chez eux ça sent le thym, le propre, la lavande et le verbe d'antan
Que l'on vive à Paris on vit tous en province quand on vit trop longtemps
Est-ce d'avoir trop ri que leur voix se lézarde quand ils parlent d'hier
Et d'avoir trop pleuré que des larmes encore leur perlent aux paupières
Et s'ils tremblent un peu est-ce de voir vieillir la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, qui dit: je vous attends

Les vieux ne rêvent plus, leurs livres s'ensommeillent, leurs pianos sont fermés
Le petit chat est mort, le muscat du dimanche ne les fait plus chanter
Les vieux ne bougent plus leurs gestes ont trop de rides leur monde est trop petit
Du lit à la fenêtre, puis du lit au fauteuil et puis du lit au lit
Et s'ils sortent encore bras dessus bras dessous tout habillés de raide
C'est pour suivre au soleil l'enterrement d'un plus vieux, l'enterrement d'une plus laide
Et le temps d'un sanglot, oublier toute une heure la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, et puis qui les attend

Les vieux ne meurent pas, ils s'endorment un jour et dorment trop longtemps
Ils se tiennent par la main, ils ont peur de se perdre et se perdent pourtant
Et l'autre reste là, le meilleur ou le pire, le doux ou le sévère
Cela n'importe pas, celui des deux qui reste se retrouve en enfer
Vous le verrez peut-être, vous la verrez parfois en pluie et en chagrin
Traverser le présent en s'excusant déjà de n'être pas plus loin
Et fuir devant vous une dernière fois la pendule d'argent
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non, qui leur dit : je t'attends
Qui ronronne au salon, qui dit oui qui dit non et puis qui nous attend

[Paroles et Musique: J. Brel/G. Jouannest   1964]

 

I vecchi non parlano più / oppure solo a volte dal fondo degli occhi

Anche ricchi, sono poveri / non hanno più illusioni / hanno un solo cuore per due

Da loro c’è odore di timo, di pulito, di lavanda, di parole d’altri tempi

Anche a vivere a Parigi, si vive tutti in provincia / quando si vive troppo a lungo

Ed è per aver troppo riso / che la loro voce s’incrina, quando parlano di ieri

E’ per aver troppo pianto / che le lacrime ancora imperlano le loro palpebre

E se tremano un po’ / è per aver visto invecchiare la pendola d’argento

Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice: vi aspetto

 

I vecchi non sognano più / i loro libri sono chiusi, il loro pianoforte è muto

Il gatto di casa è morto / il vino della domenica non li fa più cantare

I vecchi non si muovono più, i loro gesti hanno troppe rughe / il loro mondo è troppo piccolo

Dal letto alla finestra, poi dal letto alla poltrona, poi dal letto al letto

E se escono ancora / l’uno a braccetto dell’altra, nei loro vestiti rigidi

E’ per seguire al sole il funerale di uno più vecchio, il funerale di una più brutta

Il tempo di un singhiozzo / e dimenticare per un’ora la pendola d’argento

Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice che li aspetta

 

I vecchi non muoiono / si addormentano un giorno e dormono troppo a lungo

Si tengono la mano / hanno paura di perdersi e tuttavia si perdono

E l’altro resta là / il migliore o il peggiore, il dolce o il severo

– questo non importa - quello dei due che resta si ritrova all’inferno

Lo vedrete forse, la vedrete qualche volta / nella pioggia e nel dolore

Attraversarvi il presente / scusandosi magari di non essere più lontano

E fuggire davanti a voi un’ultima volta / la pendola d’argento

Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che dice: vi aspetto

Che ronza nel salotto / che dice sì, che dice no, che poi dice che ci  aspetta

 

 [Jacques Brel – I vecchi]

 

 

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giovedì, 22 giugno 2006

Bisognerebbe guardarla con più attenzione, la gente per strada, per capire qualcosa dei cambiamenti…

Si incontrano donne debordanti – ormai in età – cristallizzate (ai loro occhi) nel momento in cui si sono viste perfette con i pantaloni attillati e i tacchi alti. Cinquantenni atticciati, con il giubbotto jeans e i capelli lunghi…

Il tempo è passato per tutti, ma non per loro. Hanno aggiunto un piercing, un orecchino, allargato qualche buco alla cintura, ma sono rimasti legati alla loro immagine di un tempo. Ricordano – e dal ricordo non si sono potuti staccare – quell’attimo unico e luminoso – in cui si sono visti e sentiti perfetti così – al loro meglio.

 

Di altri si vede chiaramente che la vita li ha presi per stanchezza…

Sarà così che si arriva a quei corpi laidi e sbracati che si incontrano per strada: un giorno dopo l’altro, senza accorgersene e anche senza (troppo) dolore.  

Hanno lasciato passare; tollerato ogni giorno qualcosa in più; rimandato all’indomani gli impegni: smettere di fumare; cominciare una dieta, muoversi di più…

Ma peggiore del disordine del corpo é quello della mente; più subdolo e meno riconoscibile. Il rigore e l’intransigenza persi per strada, le concessioni diventate una rotta. Non c’è più  tempo per mettere a posto, dentro e intorno; più facile aggirare gli ostacoli, invece che rimuoverli. Una resa completa all’entropia.

 

Così si vede la gente passare per strada e nel tempo; i volti prima allargarsi e poi sciogliersi come cera, colare via. I pensieri appiattiti, i discorsi quasi automatici; la perdita delle illusioni e dell’entusiasmo.

 

“…L’universo si disfa in una nube di calore, precipita senza scampo in un vortice di entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone di ordine, porzioni di esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati in cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva.

              [Calvino – Lezioni Americane: Appendice: ‘Cominciare e finire’]

 

Ma é possibile che a qualcuno vada meglio? C’è un’altra possibilità tra quelli che continuano a vedersi come a vent’anni, petto in fuori ed espressione radiosa, e chi ha seguito la corrente, trascinato dai pensieri e dagli anni?

Che storie ci sono dietro quelle (che diciamo) belle facce di vecchi, in cui si trovano insieme debolezza e splendore, dolcezza e comprensione e qualcuno degli altri (pochi) doni del tempo?

 

                   [By Sandro – 6. Le persone per strada; continua]

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categoria:deviazioni
martedì, 20 giugno 2006
“Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile...!”
 (A beautiful mind, 2001)
Origine dell'universo: evento postulato dalla teoria cosmologica standard a cui si fa risalire la comparsa della materia e dell’energia esistente. Tale energia è evoluzione, continuo ed indissolubile cambiamento. Porre a terra i limiti dell’immaginazione significa esplorare le teorie della secolare conoscenza umana.
 
Kant elaborò tale chiave di volta nella sua Critica della ragion pura (1781). In quest’opera egli esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un approccio epistemologico capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna. In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici e giudizi sintetici. In essa Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori (Ogni cambiamento ha una causa), ossia giudizi fecondi dal punto di vista conoscitivo, ma nel contempo universali e necessari. Questa posizione filosofica è comunemente nota con il nome di “criticismo trascendentale”. Descrivendo il modo in cui questo tipo di giudizio è possibile, Kant distinse tra i "fenomeni"(dal greco phainómenon, ciò che appare), vale a dire gli oggetti per noi, in quanto sono conosciuti dall'uomo e si collocano nel mondo dell'esperienza sensibile, e le cose in sé, cioè gli oggetti considerati a prescindere dalle modalità in cui appaiono e sono visti dal soggetto conoscente.
 
L’approccio a queste considerazioni non può che rivelarsi logico e necessario in rapporto al pensiero che nella ragione dei lumi, il raziocinio dell’essere pensante (il simbionte cognitivo) assume i contorni di un velo da superare e ammettere.    
SimOne
 
 Come si cambia
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categoria:deviazioni
martedì, 20 giugno 2006

Ti trovi a ripulire il giardino dopo tre anni di abbandono e non puoi sfuggire al richiamo delle similitudini e delle metafore.

          Ogni giardino ha una storia diversa, da raccontare. Come una casa, il giardino ricorda e conserva. Ogni piccolo riquadro che stai ripulendo fa emergere relitti di epoche passate, capitelli e pezzi di colonne.

Il tuo giardino: su ogni particolare si focalizzano le luci dei ricordi, come fari che si accendono qua e là tra i ruderi del Foro romano, in uno spettacolo visto di recente: ogni flash uno scorcio diverso, una nuova prospettiva.

Un giardino abbandonato per qualche anno è un vecchio diario: ci trovi cose dimenticate tra le pieghe della mente; sogni superati dalla realtà; progetti attraversati dal tempo.

          Eppure te ne insegna di cose un giardino…

Vi hai imparato, giorno per giorno e al di là di ogni vuota teoria, che ogni attività  ha il suo tempo. Che devi fare e goderti le cose al momento giusto. Che non si torna indietro:  le situazioni cambiano… ogni vegetazione, fiore, profumo esplode e risplende per il suo breve momento e poi finisce.

          Un giardino – ma un grande terrazzo sarà la stessa cosa? - ti parla ogni giorno dei cambiamenti. C’è una bella differenza nel modo di vivere il tempo e le stagioni, tra i cittadini e la gente che vive in campagna… Riesci a ricordare un autunno dal modo in cui le foglie hanno cambiato colore – tutti gli anni accade in un modo diverso – e una primavera dal colore più tenero o brillante del verde. Allo stesso modo la stagione del vento e quella delle piogge hanno un significato diverso, per chi sta in campagna e segue il respiro della terra che cambia.

          In un giardino ci sono avvicendamenti: senza di essi, il tuo non avrebbe potuto mai potuto contenere tutte le piante che ci hai messo, nel corso degli anni… Ma chissà quante possibilità avresti perduto, se alcune non fossero scomparse e non avessi dovuto sostituirle. Ognuna di esse ti ha lasciato qualcosa; un accostamento di colori che si era prodotto per caso, ti aveva dato la sorpresa di una scoperta;  altri fiori erano comparsi al posto di quelli che ricordavi di aver lasciato. Altri profumi; novità di forme e colori.

Come hai potuto.. pensare ad una perfezione immobile?

Pare che l’immutabilità venga rapidamente a noia e hai cominciato a pensare che ci sia un tipo particolare di bellezza nel cambiamento stesso.

…Così ‘lentamente ma continuamente’ cambiano i panorami geografici, vegetali e affettivi.

Serve all’anima, la cura di un giardino. Sarà che abbiamo bisogno di lasciare impronte; di avere il controllo di un piccolo spazio, dal momento che il grande mondo al di là della siepe ci sfugge ed è insensibile a qualunque sforzo diretto a cambiarlo, né riusciamo ad adattarlo in nessun modo. Troppo vasto e crudele; incomprensibile e inerte.

Il giardino invece risponde, morbido e compiacente, alle tue sollecitazioni. Una ‘scultura lenta’ che si modifica nel tempo e insieme ti cambia; così che il risultato finale è frutto dell’interazione. Tu esponi la tua visione; le piante – a saper recepire - ti dicono le loro preferenze; …in qualche modo un accordo si trova…

          Niente come il giardino – o forse sì: prendersi cura di un animale, o di un bambino – ti fornisce l’esperienza e l’attenzione ai dettagli minimi. Quel piccolo mondo racchiuso in un quadrato di terra ti insegna a riconoscere e a distinguere: le infestanti dalle piante utili, le piante spinose da maneggiare con i guanti; il liscio e lo scabro al tocco; e poi gli odori, la forma delle piantine appena spuntate, prima che diventino grandi, l’identità dei piccoli bulbi che trovi sottoterra… Chissà quante altre cose…

Un giardino può essere frequentato da presenze; alcune, care, restano sedute, a volte all’ombra di un olivo o di spalle, tra i filari dei pomodori. Rimangono lì al lungo, purché non ti avvicini troppo e non cerchi di attaccar discorso.

Altre stanno nascoste, tra i rovi o le iris, come se avessero qualcosa di cui vergognarsi.

Ricordi altri giardini, lontani nel mondo e nel ricordo. Quanto lavoro! ...quanta erba hai tagliato, quanta terra girato e rigirato: anche se non hai fatto altro che lavorare su te stesso, in fondo..

Un giardino si può anche abbandonare. Quando accade, a differenza di un animale, non uggiola e non sembra soffrire troppo. Semplicemente copre, nasconde dissimula. Ritrovi un ordine che si è imposto in modo naturale; le piante più forti hanno sopravanzato le altre; ci sono nuovi muri e colonne di vegetazione, ogni vuoto è stato riempito. Non potresti dire che è triste: ha trovato un diverso equilibrio.

Ritrovare il giardino: volerlo frequentare di nuovo, rifare progetti su di esso o riprenderne di antichi. Non è un processo automatico: - Torni e ricominci a lavorare al giardino… - Non funziona così!

Piuttosto: torni e lo guardi da lontano, obliquamente, di sfuggita.  Cominci a fare qualche passo al suo interno. A volte ti attira, con richiami da sirena, una fioritura improvvisa, un odore. Sì… forse insegui un odore o forse anche un ricordo, pungente come una spina sottopelle, inapparente all’esterno.

 

Capisci, che il tempo è venuto... quando non fa più male.

 

      [By Sandro - Cambiamenti 5. I Giardini. Continua]

 

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categoria:deviazioni
domenica, 18 giugno 2006
La

Tu cambi tutto ciò che tocchi.

Tutto ciò che tocchi ti cambia.

L'unica verità duratura è il cambiamento.

Dio è cambiamento.

[...]

Siamo il Seme della terra. 

La vita che percepisce se stessa cambiando.

[...]

Come il vento, l'acqua, il fuoco e la vita, Dio crea e distrugge, esige e si piega, è scultore e creta. 

Dio è un potenziale infinito: Dio è cambiamento.

[...]

[V. Z. - da O. E. Butler La parabola del seminatore (Roma: Fanucci editore, 2000; ed. orig. 1993)

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sabato, 17 giugno 2006

"[...] L'uomo è un animale che vive d'abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti. [...]"

[...]

Com'è possibile vivere senza le cose che sono la nostra vita? Spogli del nostro passato non ci riconosciamo. Fa niente, non c'è posto, bisogna lasciarlo, bruciarlo.

[...]

"No, no," disse il babbo, sommesso, "io non sono più buono a niente. Non faccio che pensare al passato, alla nostra casa che non avremo mai più..."

"Qui è più bello", disse la mamma, "la terra è più ricca"

"Lo so. Ma io non la guardo mai. Vedo sempre solo la nostra [...] Strano però vedere la moglie che ha preso il posto del marito nella famiglia. La donna dice facciamo questo, andiamo là, e io non discuto neanche."

"Siamo più adattabili che voialtri uomini," spiegò la mamma con dolcezza. "Noi la vita ce la portiamo sulle braccia, voialtri ve la portate dentro la testa. [...]"

"[...] Fa paura pensare. E' per questo che io vivo nel passato. Sembra che non c'è niente davanti a noi e che la nostra vita è finita"

La mamma sorrise. "No, babbo, non è vero. Questa è un'altra cosa che le donne capiscono meglio degli uomini, me ne sono già accorta. L'uomo vive a scosse. Muore un vecchio, o nasce un bambino, sono due scosse. Compra una terra, o perde la sua, sono due scosse. La donna si lascia vivere, un pò come l'acqua d'un fiume: piccole anse, piccole cascate, ma l'acqua continua a scorrere. E' così che noi donne vediamo la vita. Nessuno di noi muore del tutto; la gente continua, con qualche cambiamento, magari, ma continua."

[...]

[V. Z. - da J. Steinbeck Furore (Milano: Bompiani, 2001. Ed. orig. 1939)

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sabato, 17 giugno 2006

Spesso mi sono chiesto quali mondi abitano le persone che incontro per strada; cosa guarda e sente in realtà il vicino di casa o l’amico con cui sto parlando.

Ho ricordato chiacchiere in macchina con persone diverse, al mutare del paesaggio davanti ai nostri occhi: ognuno mi mostrava quello che vedeva.

     

      Con qualcuno ho parlato dello scorrere delle stagioni, segnato dai colori, dalla forma o dalla ricchezza delle foglie e dei fiori nel mondo vegetale circostante.

      Altri mi facevano notare la natura e i colori del terreno, le faglie, i profili e le rocce; come in una gola tra due crinali crescono le canne, un sicuro indizio della presenza di acqua.

      Alcuni hanno mostrato le forme e i modi del lavoro dell’uomo, la gente nei campi e i trattori lungo la strada; e anche per le case, le abitazioni dei poveri e dei ricchi; mi hanno parlato di illeciti edilizi, di corpi aggiunti, dove è stato costruito e non si poteva; perfino di come le leggi urbanistiche e le sanatorie hanno cambiato il paesaggio.

      Con qualcuno ho guardato il cielo, le nuvole e le forme che esse disegnano; come la luminosità e il colore del cielo modificano l’aspetto del mare; il suo stesso essere minaccioso o rassicurante.

      O ancora, il  mondo intorno può essere scandito dal suono; dal tono cupo dei bassi dell’autoradio a tutto volume nella notte, quando i tronchi degli alberi ai lati della strada, illuminati dei fari, sembrano sincronizzarsi con i suoni e balzare in avanti al tempo giusto, la velocità stessa adattata a quel ritmo. Del suono che tutto pervade; dei ritmi primitivi che hanno riprodotto il battito vitale; il primo fra tutti: il ritmo cardiaco. O del ritmo del respiro, che modula perfino la lunghezza delle frasi di uno scrittore, da cui – dicono - si riconosce l’asmatico per la brevità e la fame d’aria.

      Come ci sono universi di sola forma; mondi che sembrano esistere per essere trasposti in immagini; non per essere raccontati..

      Al contrario, ho spartito l’esperienza di persone prive della vista, come un mio amico dei tempi dell’università. A lui chiedevo, incuriosito, della natura dei suoi sogni. Una sequenza di emozioni, odori e sensazioni tattili al posto di quello che rappresenta per noi il mondo visivo. Una successione di tempi in sostituzione del nostro panorama, il colpo d’occhio che tutto comprende: così difficile da raccontare a chi non vede.     

      E che dire degli innamorati? Dell’esperienza di condividere con loro un mondo pieno di una sola persona, di un volto che occhieggia da ogni manifesto, riconosciuto nella forma stessa delle nuvole..?

      Con altri occasionali compagni di strada ho guardato più attentamente le facce della gente, le espressioni dei volti, i segni della solitudine; da piccole impronte sul viso, da poche parole scambiate, ho  imparato a capire chi ancora sogna e chi ha smesso.

     Come ci sono tutti altri aspetti del guardare, più o meno viziati dall’interesse  professionale o da private ossessioni: il modo di camminare, la distribuzione del carico, la forma della colonna; i denti, le orecchie. Come c’è chi guarda solo le donne ..o solo gli uomini…

      Oppure nel ‘craving’, la ricerca spasmodica della droga, qualunque droga, che riduce il mondo ad una sola dimensione.

      Alcuni poi, sanno parlare solo di se stessi…

     

      Infine, dove le strade finiscono, ho visto anche persone per cui la vita non è più colore, né suono, né forma definita, ma una sequenza di respiri trascinati a fatica, uno dopo l’altro, per arrivare a vivere l’attimo successivo.

 

Cose tanto diverse vede e sente la gente che incontriamo, da poter pensare che siano altri universi, in realtà; sistemi ruotanti intorno a soli sconosciuti, diversi dal nostro.

E’ stata una ricerca costante dell’uomo quella di cercare le modalità più varie per combinare le diverse istanze; collegarsi con il tutto. Attraverso le religioni, le droghe, l’‘inconscio collettivo’ di Jung.

Nel piccolo (…ma può essere grande), chiamiamo questa sensazione di contatto, empatia. A volte, amore.

 

                [Proposto da Sandro. Cambiamenti 4. I Mondi degli altri – Continua]

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